Rispetto del diritto all’oblio e obbligo di aggiornamento delle testate

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Allegra Bonomo

Il diritto fondamentale alla riservatezza trova un limite nell’interesse pubblico sotteso al diritto all’informazione, ma al soggetto cui i dati appartengono è correlativamente attribuito il diritto all’oblio, e cioè il diritto a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che lo riguardano e che, per il trascorrere del tempo, risultino ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati.
Se, in ogni caso, l’interesse pubblico alla persistente conoscenza di un fatto avvenuto in epoca anteriore trova giustificazione nell’attività svolta dal soggetto titolare dei dati, e tale vicenda ha registrato una successiva evoluzione, non si può prescindere dall’informazione circa tale ultima evoluzione, dal momento che, altrimenti la notizia, originariamente completa e vera, diventa non aggiornata, risultando parziale e non esatta, e pertanto sostanzialmente non vera. Se vera, esatta ed aggiornata essa era al momento del relativo trattamento quale notizia di cronaca, e come tale ha costituito oggetto di trattamento, il suo successivo spostamento in altro archivio di diverso scopo (nel caso, archivio storico) con memorizzazione anche nella rete internet deve essere allora realizzato con modalità tali da consentire alla medesima di continuare a mantenere i suindicati caratteri di verità ed esattezza, e conseguentemente di liceità e correttezza, mediante il relativo aggiornamento e contestualizzazione.
Solo in tal modo essa risulta infatti non violativa sia del diritto all'identità personale o morale del titolare, nella sua proiezione sociale, del dato oggetto di informazione e di trattamento, sia dello stesso diritto del cittadino utente a ricevere una completa e corretta informazione.
Cass. Civ. Sez. III, 5 aprile 2012, n. 5525 pdf

Commento
Con la sentenza n. 5525/2012 la Corte di Cassazione ha affrontato il tema della pubblicazione in un archivio di una testata online di una notizia di cronaca riportante la condanna per corruzione di un politico, il quale era stato poi prosciolto e del diritto all’oblio di quest’ultimo. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del politico, confermando la sussistenza del diritto all’oblio e stabilendo che se una notizia di cronaca è collocata nell’archivio storico di una testata online e resa disponibile tramite l’intervento dei motori di ricerca, il titolare dell’organo di informazione deve provvedere a curare anche la messa a disposizione della contestualizzazione e aggiornamento della notizia stessa.
La Corte ribadisce il principio generale secondo cui "se l’interesse pubblico sotteso al diritto all’informazione (art. 21 Cost.) costituisce un limite al diritto fondamentale alla riservatezza, al soggetto cui i dati appartengono è correlativamente attribuito il diritto all’oblio e cioè a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultano ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati", ma prosegue la propria analisi in relazione a quelle notizie che, in quanto riportanti un fatto di cronaca, assumono rilevanza anche quale fatto storico, e riconosce che in tali casi può essere giustificata la permanenza nella memoria di Internet.
Secondo la Corte, tuttavia, in ossequio al principio generale stabilito dall’articolo 11 del Codice Privacy secondo cui i dati personali trattati devono essere esatti ed aggiornati, affinché la conservazione sia lecita, essa deve essere effettuata con modalità tali da garantire “il diritto della persona alla propria identità personale e morale,  a non vedere cioè travisato o alterato all’esterno il proprio patrimonio intellettuale, politico, sessuale, religioso, ideologico, professionale” ed a tal fine, precisa la Corte, il titolare del sito deve collegare la notizia ad altre informazioni successivamente pubblicate concernenti l’evoluzione della vicenda che possano completare o mutare il quadro evincentesi dalla notizia originaria, predisponendo un “sistema idoneo a segnalare (nel corpo o a margine) la sussistenza nel caso di un seguito e di uno sviluppo della notizia.” (A.B.)

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Acquisto banche dati: ne risponde anche l’acquirente

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Allegra Bonomo

Una società, operante attività di marketing, non è esente da responsabilità con riferimento al trattamento dei dati contenuti in una lista anagrafica generata da una diversa società, nel caso in cui tali dati siano stati acquisiti senza un valido consenso informato dell’interessato. L’acquirente, anche se non raccoglie i dati personali e non effettua materialmente invio di comunicazioni promozionali, deve considerarsi titolare del trattamento.
http://www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=1885765

Commento
Con provvedimento del 5 aprile 2012, il Garante per la protezione dei dati personali si è pronunciato sul trattamento dei dati personali tratti da un questionario compilato on-line, su segnalazione di un utente, che aveva denunciato la ricezione di numerose chiamate (indesiderate) a carattere promozionale da parte di una importante società che opera nel settore dell’energia, nonostante l’intestatario avesse iscritto il numero nel Registro pubblico delle opposizioni.
Nel corso del procedimento, è emerso che la società che aveva effettuato la chiamata promozionale non aveva estratto i dati dagli elenchi telefonici, ma li aveva acquisiti da una nota azienda “che si occupa di generazione di anagrafiche con consenso per il marketing diretto”. Durante l’istruttoria il Garante ha accertato che la società cedente i dati non aveva acquisito un valido consenso informato dall’interessato e ha ordinato il blocco dei dati trattati in violazione di legge.
Il Garante, inoltre, ha analizzato la posizione della società acquirente e ne ha affermato la responsabilità nonostante quest’ultima, per espresso accordo con la società cedente, non aveva alcun accesso ai dati personali degli utenti ma si limitava “a dettare i criteri di individuazione dei nominativi da contattare senza alcuna ingerenza nel trattamento dei relativi dati”.  Nonostante tale circostanza, infatti, l’Autorità ha ritenuto che la società acquirente “deve essere considerata titolare del trattamento delle informazioni personali dei destinatari delle iniziative commerciali adottate in suo nome e per suo conto. A questa società competono, infatti, le decisioni di cui all’art. 4, comma 1, lett. F) del Codice”. D'altro canto diversamente argomentando, continua il Garante, “anche avuto riguardo ad un punto di vista squisitamente contrattuale, ci si troverebbe di fronte ad una pattuizione - il richiamato accordo … - nella quale il sinallagma proprio del negozio giuridico posto in essere (e cioè la fornitura, verso corrispettivo, delle liste di dati personali di interessati che hanno acconsentito alla ricezione di iniziative di carattere commerciale) risulterebbe di fatto alterato, dal momento che quei dati sarebbero destinati, nella formale volontà dei contraenti, a permanere nella sfera giuridica del soggetto fornitore. Questi, infatti, si limiterebbe a riversarli ai propri responsabili, senza possibilità alcuna per l'acquirente di poterne disporre, nonostante il pagamento del relativo prezzo; con l'innegabile vantaggio di tenere indenne la società acquirente  da oneri, obblighi e responsabilità connessi all'esercizio della titolarità.”
In conclusione, secondo il Garante, l'oggetto stesso del contratto risulterebbe illecito poiché si realizzerebbe in tal modo un indiretto risultato elusivo delle norme imperative del Codice che disciplinano, appunto, obblighi, oneri e responsabilità del titolare del trattamento di quelle informazioni.
(A.B.)

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Google non è editore di youtube, ma un mero fornitore di servizi tecnologici

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Allegra Bonomo

Il Tribunale di Grande Istanza di Parigi ha stabilito che Google è un intermediario della comunicazione ovvero un mero fornitore di servizi tecnologici e non già un editore. Conseguentemente, Google non può essere chiamato a rispondere di eventuali violazioni dei diritti d’autore poste in essere dai propri utenti attraverso la pubblicazione di video sulla piattaforma di videosharing Youtube.
Tribunal De Grande Istance de Paris, 29 maggio 2012 S.A. Television Francaise 1 – TF1 ed d’autres c. YouTube LLc

Commento
Con la decisione del 29 maggio 2012, il Tribunale di Parigi ha rigettato la domanda risarcitoria proposta dalla rete televisiva francese Tf1 nei confronti di Google per violazione dei diritti d’autore su propri programmi diffusi tramite la piattaforma di videosharing Youtube, ed ha affermato che Google deve essere considerata un mero fornitore di servizi tecnologici e non può pertanto essere chiamata a rispondere di eventuali illeciti posti in essere dai propri utenti.
Il Tribunale è giunto alla suddetta conclusione a seguito di un esame dettagliato dei servizi offerti dalla piattaforma Youtube agli utenti, agli inserzionisti e ai titolari di diritti ed ha stabilito che essi non possono essere considerati elementi idonei ad escludere il ruolo di mero hosting provider di Google a favore di quello di editore e che, pertanto, a Google dovessero applicarsi le limitazioni di responsabilità previste dalla Direttiva 2001/31/CE sul commercio elettronico, così come implementate dalla legge nazionale. In particolare, il Tribunale di Parigi ha ritenuto irrilevanti: (i) la circostanza che Google nelle condizioni generali del servizio accettate dagli utenti, si riserva il diritto di utilizzare i contenuti dei utenti stessi, in assenza della prova di un effettivo esercizio di tale diritto al fine di conferire alla piattaforma una specifica linea editoriale; (ii) la raccolta di pubblicità connessa ai contenuti degli utenti; (iii) la previsione di un sistema di ricerca di contenuti protetti (c.d. Content id) utilizzabile dai titolari dei diritti.
Si tratta di una sentenza che si pone in netto contrasto con quelle dei Giudici nazionali; questi, infatti, sulla base degli stessi elementi sopra indicati che il Tribunale di Parigi ha ritenuto non avessero alcuna rilevanza sulla qualificazione di  Google come mero “hosting provider”, hanno invece elaborato  una nuova figura di Intermediario della Rete, definita “ hosting attivo” ritenuto “ non completamente passivo e neutro rispetto ai contenuti immessi dagli utenti” al quale non è applicabile la disciplina del D.Lgs. 70/2003.
(A.B.)

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