Un caso di diffamazione “anonima” su Facebook

autore:

Alessandro Racano

Corte di Cassazione Penale, sezione I, 22 gennaio 2014 (dep. 16 aprile 2014), n. 16712

Secondo un recente intervento della Corte di Cassazione il reato di diffamazione si realizza anche nel caso in cui frasi diffamatorie “anonime” siano state riportate da un soggetto sulla propria pagina Facebook.

Esaminiamo la vicenda nel dettaglio.

Un militare aveva pubblicato sul proprio profilo personale Facebook, non accessibile alla generalità degli utenti, alcune frasi offensive nei confronti di un collega - non indicato nominativamente – e coinvolgendo altresì la moglie di questi, destinataria di volgari insinuazioni; la ragione di tale “sfogo”, in particolare, risiedeva nel fatto che l’imputato era stato recentemente e, a suo dire, ingiustamente, sostituito dal soggetto diffamato presso il comando di appartenenza (la frase incriminata, in particolare, era: “attualmente defenestrato a causa dell’arrivo di un collega raccomandato e leccaculo… per vendetta appena ho due minuti gli trombo la moglie”).

La Corte militare d’Appello aveva assolto l’imputato per insussistenza del fatto dal momento che costui non aveva specificato né il nome del soggetto, né la funzione, né il comando di appartenenza, né ulteriori e specifici dati cronologici, così da impedire o comunque rendere non agevole  l’identificazione della persona offesa da parte di un numero peraltro molto limitato di soggetti (ovvero i soggetti “amici” aventi l’accesso al profilo personale Facebook dell’imputato).

A seguito dell’impugnazione del Procuratore Generale, la Corte di Cassazione ha totalmente ribaltato quanto stabilito dai giudici di secondo grado giungendo così all’annullamento della sentenza.

Vediamo gli argomenti proposti dalla Suprema Corte.

1.Vero che il soggetto diffamato non è stato indicato nominativamente, ma il nome della vittima non è l’unico ed esclusivo elemento determinante ai fini della individuazione della persona offesa; ed infatti le circostanze fattuali presenti nelle frasi diffamatorie, per quanto generiche (ovvero il riferimento alla “sostituzione” e la appartenenza ad un corpo militare), favoriscono, comunque, la compiuta identificazione del bersaglio delle offese per quanto mai precisamente nominato.

A supporto di tale principio la Corte richiama la pronuncia del 20/10/2010, n. 7410, CED 249601 che, invero, recepisce altre precedenti sentenze emesse sul punto (Cass. 28/3/2008, n. 18249, CED 239831; Cass. 7/12/1999, n. 2135, CED 215476)

2.Allorché una notizia o, come nel caso in esame, una frase diffamatoria, viene immessa nel circuito di internet, la sua diffusione – e quindi la comunicazione con più persone, requisito indispensabile ai fini della realizzazione del reato di diffamazione – deve presumersi sino a prova contraria; in sostanza, quindi, non è necessario dimostrare che le frasi siano state effettivamente percepite da almeno due persone, ma, si ripete, in caso di utilizzo di internet, tale circostanza si deve ritenere pacifica, salvo prova contraria.

Ovvio che in tale contesto poco importa se il profilo su cui sono comparse le offese incriminate fosse accessibile ad un numero indeterminato di utenti o solo al gruppo di “amici” dell’imputato.

Anche il principio sopradetto trova conferma in un precedente ed ormai consolidato orientamento di legittimità: si veda in tal senso Cass. 21/6/2006, n. 25875, CED 234528; Cass. 4/4/2008, n. 16262, CED 239832; Cass. 27/4/12, n. 23624, CED 252964.

3.Una volta verificata la sussistenza degli elementi oggettivi del reato di diffamazione, la Corte si sofferma brevemente sull’elemento soggettivo del dolo della diffamazione, ritenendolo pacificamente sussistente.

In particolare, si chiarisce in sentenza, la diffamazione non richiede affatto il dolo specifico e, quindi, in altre parole, non ha alcuna importanza che l’imputato non abbia perseguito la finalità – specifica - di danneggiare la reputazione altrui. 

Del resto, come già confermato da diverse pronunce (sul punto si veda, tra le tante, Cass. 15/7/10, n. 36602, CED 248431), ai fini della realizzazione del reato è sufficiente, in capo all’agente, il dolo generico e quindi la mera consapevolezza di pubblicare una frase dal contenuto diffamatorio e la consapevolezza che la stessa venga a conoscenza di almeno due soggetti, così come pacificamente accaduto nel caso in esame.

La sentenza pertanto, avendo integralmente recepito alcuni orientamenti giurisprudenziali ormai pacifici, non può dirsi certamente innovativa, ma ha comunque dalla sua il pregio di definire il perimetro applicativo della diffamazione nell’ambito di uno dei più popolari ed utilizzati social network che molti utenti, forse non pienamente consapevoli delle potenzialità e degli effetti di tale mezzo, ritengono ancora una sorta di “porto franco” in cui esprimere fin troppo liberamente i propri pensieri.

 

 

 

 

 

 

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La responsabilità penale dell’hosting service provider

autore:

Alessandro Racano

Con le motivazioni rese il 3 febbraio, la terza sezione penale della Corte di Cassazione ha messo definitivamente la parola fine all’annosa questione salita agli onori delle cronache come vicenda “Google-Vividown”.  La Suprema Corte ha confermato l'assoluzione dei manager di Google Italy sotto processo per un video diffuso nel 2006 nel quale un minorenne disabile di Torino veniva maltrattato dai compagni di scuola. La vicenda ha visto istruire un procedimento penale a carico di tre amministratori della società per i reati di diffamazione e di trattamento illecito di dati personali (art. 167 d.lgs. n. 196 del 2003) e si è articolata, nel corso degli anni, in una sentenza resa in primo grado (Tribunale di Milano, sentenza n. 1972 del 24 febbraio 2010) che ha mandato assolti gli imputati dalle accuse di diffamazione, ma li ha condannati a sei mesi di reclusione (pena sospesa) per violazione della privacy.

Con la successiva sentenza della prima Sezione Penale della Corte d’Appello di Milano, depositata il 27 febbraio 2013, gli imputati sono stati mandati assolti con la formula “perché il fatto non sussiste”.  La Cassazione ha confermato la decisione della Corte di Appello concentrandosi su tre aspetti particolarmente rilevanti in tema di diritto della privacy.

Il primo è che nella sua qualità di fornitore del servizio di hosting “Google Video”, Google non è titolare del trattamento dei dati personali che sono immessi dagli utenti.  Il punto è decisivo: la Cassazione, per la prima volta in maniera così netta, afferma che il trattamento illecito dei dati è reato che può essere compiuto solo ed esclusivamente dal titolare del trattamento. Si tratta, quindi, di un reato “proprio”, ossia di un reato che può essere commesso solo da chi ha una certa qualifica. In particolare, due passaggi delle motivazioni vanno messi in evidenza:

i) il titolare del trattamento è il soggetto che decide di trattare i dati personali per propri fini”: il punto chiave è l’“esistenza di un potere decisionale in ordine alle finalità, alle modalità di trattamento di dati personali e agli strumenti utilizzati”;

ii) nel caso in esame, i titolari dei dati caricati in siti di hosting sono i singoli utenti e quindi nessun obbligo sussiste in capo al provider, non essendo questo, ma il singolo utente il responsabile del trattamento dei dati personali contenuti nel video caricato dall’utente stesso;

Il secondo aspetto riguarda la relazione tra la disciplina del commercio elettronico e quella della privacy. La Suprema Corte sostiene che: l’applicazione delle norme in materia di commercio elettronico deve avvenire in armonia con le norme in materia di tutela dei dati personali, armonia perfettamente riscontrabile - come appena visto - nel caso della determinazione dell’ambito di responsabilità penale dell’Internet hosting provider relativamente ai dati sensibili caricati dagli utenti sulla sua piattaforma”.

Quindi, la disciplina sul commercio elettronico conferma che Google, quale fornitore di hosting, non ha alcun potere decisionale sul contenuto dei video immessi dai propri utenti – dal momento che non ne conosce e non ne deve conoscere il contenuto ai sensi di detta disciplina - e quindi non determina finalità e modalità del trattamento. Interessante anche osservare come Google Video venga definito un servizio di hosting dato che il provider si è limitato a fornire ospitalità ai video inseriti dagli utenti, senza fornire alcun contributo nella determinazione del contenuto dei video stessi”. La sentenza non affronta dunque il tema dell’hosting attivo, escludendo, con riferimento al caso di specie, che Google Video possa essere considerato tale.

Il terzo aspetto, infine, lascia spazio a qualche dubbio; la Suprema Corte, infatti, afferma che Google non è titolare del trattamento fintantoché non ha consapevolezza del contenuto illecito. In altre parole: “finché il dato illecito è sconosciuto al service provider, questo non può essere considerato quale titolare del trattamento, perché privo di qualsivoglia potere decisionale sul dato stesso; quando, invece, il provider sia a conoscenza del dato illecito e non si attivi per la sua immediata rimozione o per renderlo comunque inaccessibile, esso assume a pieno titolo la qualifica di titolare del trattamento ed è, dunque, destinatario dei precetti e delle sanzioni penali del Codice Privacy”.

Si tratta di un passaggio molto delicato, in relazione al quale sarebbe stato auspicabile un intervento più dettagliato, che non lasciasse adito a dubbi interpretativi. Infatti la Cassazione non chiarisce l’aspetto fondamentale, ossia quando e in presenza di quali condizioni il provider deve essere considerato a conoscenza del contenuto illecito.

La questione ha fatto molto discutere sia gli operatori del diritto e che gli operatori di internet perché lungi dal “molto rumore per nulla”, secondo la citazione utilizzata dalla sentenza di primo grado, si è di fronte ad una vicenda che attiene, come affermano i Giudici di appello, alla questione del “governo di internet” che impone ai giudici di perimetrare con estrema attenzione l’ambito della responsabilità penale degli operatori del web.

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Merce congelata senza indicazione e frode in commercio

autore:

Alessandro Racano

“La mera detenzione all’interno di un frigorifero di merce congelata e la mancata indicazione nella liste delle vivande di detta qualità integra l’ipotesi di tentativo di frode in commercio e ciò a prescindere dall’inizio di una concreta contrattazione con il singolo avventore”

Cassazione Penale, sezione III, 2 ottobre 2013, n. 44643

 Il reato di frode in commercio, previsto all’art. 515 c.p., punisce la condotta di chi “nell’esercizio di una attività commerciale, ovvero di  uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità diversa da quella dichiarata o pattuita”.

Si tratta di una norma già prevista dal codice Zanardelli (ovvero il codice penale precedente all’attuale Codice Rocco, in vigore dal 1930) e posta, in prima battuta, alla tutela dell’onesto svolgimento del commercio e, più indirettamente, anche alla difesa dell’interesse patrimoniale dei singoli, siano essi consumatori o produttori.

Con la sentenza sopra massimata la Sezione Terza della Suprema Corte si è nuovamente pronunciata su tale reato occupandosi, in particolare, della configurabilità del tentativo, questione non banale già affrontata – ma, come vedremo, senza giungere ad univoche conclusioni - dalla giurisprudenza degli ultimi decenni.

Il problema concerne la necessità di individuare, in buona sostanza, il minimum in presenza del quale la condotta diviene penalmente rilevante o, in altre parole, il momento iniziale da cui configurare il reato tentato in applicazione dell’art. 56 c.p., secondo il quale “chi compie atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto, risponde di delitto tentato se l’azione non si compie o l’evento non si verifica”.

A parere di un primo orientamento il tentativo di frode in commercio sarebbe stato tale solo in presenza di un effettivo accordo tra l’esercente ed il potenziale acquirente e quindi, in altre parole, esclusivamente a fronte di un “inizio di pattuizione”  tesa a consegnare un prodotto diverso da quello contrattato; in applicazione di tale principio, pertanto, si era ritenuto - giungendo così a conclusioni del tutto opposte a quelle del 2013 ivi commentate - che la mera detenzione in una cella frigorifera di un ristorante di cibi congelati (senza che ciò fosse specificato nel menu) non fosse sufficiente ad integrare gli estremi del tentativo di frode nell'esercizio del commercio (Cass. Pen. III, 1/10/99, n. 12204; si vedano anche Cass. Pen. III, 26/6/98, n. 2038; Cass. Pen. III, 13/10/94, n. 11258; Cass. Pen. VI, 10/1/90 n. 7239).

Al contrario, secondo un opposto orientamento, il tentativo si sarebbe perfettamente  realizzato anche in presenza della sola detenzione o della mera esposizione sul banco della merce in quanto anche tale condotta sarebbe stata comunque idonea e diretta in modo non equivoco alla consumazione del reato (Cass. Pen. III, 3/11/99, n. 14161; Cass. Pen. III, 7/7/94; Cass. Pen. VI, 13/4/92, n. 7746, Cass. Pen. VI, 6/10/89; Cass. Pen. VI, 30/3/86).

Tale contrasto è stato poi affrontato e risolto, almeno apparentemente, dalle Sezioni Unite nel 2000 (25 ottobre 2000, n.28, CED 217295) le quali, però, affrontando la questione sotto un particolare e diverso profilo di ragionamento, hanno introdotto un ulteriore distinguo rispetto a quello caratterizzante i due orientamenti di cui si è appena detto.

Il ragionamento delle Sezioni Unite, in particolare, muove dall’esame del concetto di  “univocità” della condotta tentata che potrà dirsi tale solo se idonea a dimostrare - per le sue caratteristiche oggettive ed in virtù dell’id quod plerumque accidit - le intenzioni dell’agente univocamente dirette a commettere la frode. Sulla base di tale presupposto, pertanto, la mera detenzione di prodotti “diversi”, senza che questi siano esposti o offerti al pubblico, non potrà integrare nemmeno il tentativo trattandosi di una condotta priva del requisito della “univocità”, mentre, viceversa, l’esposizione al banco o l’offerta al pubblico, anche se priva di un “inizio di pattuizione” con il consumatore, potranno essere idonee a dimostrare univocamente le intenzioni dell’agente e, in ultima analisi, a realizzare il reato tentato.

Riassumendo il pensiero le Sezioni Unite del 2000, quindi, affinché vi sia frode tentata la merce dovrà essere quantomeno esposta al banco, non essendo sufficiente la mera detenzione della merce e non essendo necessario l’instaurarsi di un rapporto contrattuale tra agente e acquirente.

Curiosamente, però, tale dotta ed autorevole interpretazione non ha affatto risolto la querelle in quanto, da allora fino ad oggi, si sono registrate ulteriori pronunce di legittimità che - più o meno implicitamente, come si vedrà - hanno sostanzialmente ignorato tali principi ed il distinguo operato dalle Sezioni Unite.

In alcune decisioni, infatti, si è ritenuto, nuovamente, che in assenza di un rapporto contrattualistico o di un accordo teso a consegnare all’acquirente un prodotto diverso da quello oggetto di pattuizione, il reato non potrà dirsi nemmeno tentato (Cass. Pen. III, 18/11/08, n. 6885; Cass. Pen. III, 11/6/2003, n. 28828; Cass. Pen. III, 25/9/02, n. 37569; Cass. Pen. III, 22/6/01, n. 35743).

Altre e più recenti sentenze, invece, hanno stabilito che anche la semplice detenzione della merce potrà costituire un dato sufficientemente univoco per realizzare il tentativo (Cass. Pen. III, 19/9/13, n. 41699; Cass. Pen. III, 28/10/10, n. 41758; Cass. Pen. III, 18/12/08, n. 3479; Cass. Pen. III, 5/11/08, n. 1454; Cass. Pen. III, 9/7/04, n. 36056).

Ebbene, il caso in esame (in cui si punisce, come già detto, la mera detenzione della merce “congelata” senza la relativa indicazione nel menu) rientra evidentemente in tale ultimo orientamento.

La lettura integrale della sentenza, però, ci induce ad una ulteriore e conclusiva osservazione. La Sezione Terza, come già detto, non ha recepito quanto stabilito dalle Sezioni Unite, ma, in un passaggio iniziale della motivazione, ha, invece, sorprendentemente dichiarato di condividere tale indirizzo e di volerlo applicare al caso in discussione! In altre parole, da una parte, dice di voler aderire alle Sezioni Unite del 2000, ma, dall’altra, giunge a conclusioni del tutto diverse: una logica non solo criticabile, ma anche, e soprattutto, incompatibile con il ruolo della Suprema Corte che, invece, dovrebbe chiarire ogni suo ragionamento, anche – e soprattutto - ove intende distaccarsi da precedenti e più autorevoli pronunce.

In conclusione, quindi, in tema di tentativo di frode in commercio ex artt. 56 e 515 c.p. non vi sono ancora né univocità di vedute, né chiarezza di intenti e da tale situazione di incertezza, probabilmente, non potranno che scaturire ulteriori e, si auspica, più precise ed attente pronunce.

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