Top contest disasters: i problemi delle competizioni on-line

autore:

Federico Paesan

Negli ultimi vent’anni gli strumenti telematici e digitali sono stati oggetto di un continuo quanto irrefrenabile sviluppo che ha rivoluzionato moltissime attività un tempo demandate unicamente all’operato umano.

Tra queste attività, rientra l’organizzazione di competizioni e concorsi nei quali il vincitore venga scelto sulla base di una votazione. Ad eccezione delle competizioni politiche, con riferimento alle quali, tuttavia, si registrano interessanti esperimenti, il voto manuale ha ceduto molte volte il passo al voto per via telematica. Questo passaggio è tuttavia ancora ricco di incognite, dovute principalmente all’elevata possibilità di brogli.

Il presente articolo, concepito sulla base della relazione “Top Contest Disasters”, presentata dall’avv. Brenda Pritchard, partner dello studio canadese Gowlings, al meeting AdLaw 2013 recentemente tenutosi a Chicago, si propone quindi di analizzare le più comuni problematiche concernenti il voto e gli altri sistemi di selezione dei vincitori all’interno di competizioni e/o concorsi on-line, evidenziando le più comuni modalità di broglio, nonché suggerendo alcune possibili soluzioni.

Non solo. L’articolo si propone altresì di analizzare quelle problematiche legate al possibile utilizzo di materiali coperti dal diritto d’autore all’interno dei c.d. “User-Generated Content” (“UGC”), ossia quei contenuti creati da singoli utenti del web (si pensi, ad esempio, a video autoprodotti caricati su YOU TUBE o piattaforme similari), che molto spesso sono oggetto di competizioni on-line.

 

Una delle più comuni modalità di manipolazione di una competizione on-line consiste nella creazione, da parte di un gruppo ristretto di soggetti, di un altissimo numero di account attraverso i quali votare ripetutamente per il medesimo candidato (c.d. “frode del voto di massa”). Tale sistema è il più delle volte coniugato a tecniche di variazione dell’indirizzo IP (attraverso lo spegnimento del modem) o all’utilizzo di connessioni wi-fi non protette al fine di eludere possibili controlli. Non solo. Detto meccanismo frodatorio potrebbe altresì essere utilizzato al fine di ottenere la squalifica di altri concorrenti attraverso ripetute votazioni a loro favore provenienti dal medesimo indirizzo IP.

Diversi accorgimenti possono essere tuttavia adottati al fine di prevenire tale tipologia di brogli, in particolare:

La previsione di una clausola che proibisca il voto “sistematico” dallo stesso computer e/o indirizzo IP. Tale clausola però risulterebbe problematica in contesti (ad es. residenze universitarie) dove moltissimi soggetti condividono la stessa connessione Internet e quindi il medesimo indirizzo IP;
L’inserimento di CAPTCHA, da aggiornare frequentemente, al fine di prevenire il voto automatico mediante programmi a ciò appositamente preposti;
La previsione di un processo di selezione del vincitore suddivisa in due fasi: una prima fase in cui il pubblico vota i dieci finalisti seguita da una seconda nella quale una giuria seleziona il vincitore finale in base a criteri stabiliti. Anche questo sistema, tuttavia, in caso di conferimento di premi particolarmente consistenti al vincitore, potrebbe non essere del tutto efficace nel prevenire possibili brogli;
La previsione di un meccanismo che rilevi i voti espressi in maniera fraudolenta portando alla squalifica dei concorrenti coinvolti.
Una seconda problematica legata alle votazioni on-line concerne il c.d. “voto per corrispondenza” e le tecniche per eluderne il divieto. Al fine di impedire il voto per corrispondenza, infatti, molte competizioni on-line prevedono l’inserimento di dati personali da parte del singolo votante. Tale meccanismo atto a prevenire eventuali frodi può però essere oggetto di elusione, come evidenziato dall’avv. Pritchard che  ha portato ad esempio il caso di un concorso per l’elezione del team sportivo universitario più popolare. I membri di una delle squadre concorrenti, infatti, approntarono un sistema di volantinaggio e contestuale raccolta di dati personali finalizzato all’elusione del divieto di voto per corrispondenza. Tale sistema venne però scoperto da un’altra delle squadre partecipanti che contestò il risultato della competizione. Alla luce di ciò, sembrerebbe necessaria l’esplicita proibizione del voto per corrispondenza, nonché la previsione di procedure di voto atte a non consentire a nessun’altro, eccetto il singolo soggetto titolato a votare, di dare la propria preferenza in sua vece.

Diverse problematiche riguardano poi quelle competizioni volte a premiare i c.d. “User-Generated Content” (“UGC”). Nel caso infatti venga bandito un concorso on-line per premiare il miglior “User-Generated Content” di una determinata tipologia (ad es. video, blog, ecc…), da parte degli organizzatori dovrà essere posta la massima attenzione per evitare che singoli concorrenti possano corrompere i votanti promettendo, ad esempio, la possibilità di vincere un qualche premio in caso di voto espresso a loro favore.

Tale meccanismo frodatorio potrebbe essere prevenuto stabilendo esplicite regole che escludano la possibilità di offrire alcun tipo di incentivo e/o premio e/o possibilità di ricevere un premio in cambio del proprio voto e punendo con la squalifica chi ponga in essere codeste tecniche di manipolazione del voto.

Un altro problema concernente i concorsi volti a premiare gli “User-Generated Content” concerne la possibilità che tali contenuti siano stati creati mediante l’utilizzazione di materiali coperti da diritto d’autore. Si pensi ad esempio ad un concorso per la premiazione del miglior video creato dagli utenti in cui il video vincitore risulti includere, ad esempio come colonna sonora, un brano musicale coperto dai diritti d’autore senza l’autorizzazione del titolare.

Al fine di evitare fastidiosi problemi legali si rendono pertanto necessari meccanismi di prevenzione, quali ad esempio:

-          Assicurarsi che tutti i materiali che partecipano al concorso siano stati controllati al fine di evitare possibili violazioni di diritti di terzi;

-          Predisporre regole che proibiscano l’utilizzo di materiali protetti e che prevedano la rimozione di tali contenuti e la squalifica dei partecipanti che li abbiano utilizzati;

-          Passare al vaglio i contenuti dei partecipanti prima che compaiano sul sito del concorso o sui social network collegati.

Comportamenti frodatori si possono poi verificare altresì all’interno dei c.d. “Istant win contests”, ossia quei concorsi promozionali grazie ai quali, attraverso l’inserimento di un codice alfanumerico reperibile sulla confezione di un determinato prodotto, è possibile vincere uno dei premi in palio. Il sistema  più comune per truffare tali concorsi è basato sull’utilizzo di computer che, adeguatamente programmati, inseriscano, uno dopo l’altro, un altissimo numero di codici alfanumerici fino al reperimento di quello vincente.

Tale raggiro è prevenibile attraverso l’adozione di alcuni accorgimenti:

-          Predisposizione di un codice alfanumerico di almeno 8-10 cifre/lettere;

-          Richiesta di registrazione di informazioni personali prima dell’inserimento del codice;

-          Inserimento di un CAPTCHA per prevenire l’inserimento di codici da parte di computer appositamente programmati;

-          Richiesta al vincitore di presentare la confezione del prodotto da cui ha tratto il codice vincente.

Questo breve resoconto ci insegna che prevenire le più sopra esposte problematiche sia sempre meglio che dovervi successivamente porre rimedio.

A tal proposito, nella stesura delle regole di un concorso e/o di una competizione, è quindi consigliabile farsi assistere da un avvocato esperto in materia.

Si raccomanda inoltre di assicurarsi che, una volta stabilite, tali regole siano correttamente riportate all’interno del regolamento e del sito Internet del concorso e che le loro eventuali traduzioni in altre lingue non presentino discrepanze.

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Indicazioni geografiche senza registrazione comunitaria

autore:

Federico Paesan

Il caso "salame felino"

Come noto ai più il “Salame Felino” è un salume prodotto storicamente nel paese di Felino e in alcuni comuni limitrofi in provincia di Parma. La sua origine geografica, tuttavia, non ha trovato riconoscimento fino al 2013, quando l’indicazione geografica “Salame Felino” è stata registrata come marchio d’origine IGP (Indicazione Geografica Protetta).

La mancata registrazione per molti anni dell’indicazione geografica riferita a tale salume ha aperto la strada ad una battaglia legale che si protrae oramai da quasi quindici anni.

Sul finire degli anni ’90, infatti, la multinazionale Kraft avviava la commercializzazione sotto il marchio “Invernizzi” di un salume denominato “Salame Felino” il quale, tuttavia, veniva prodotto a Cremona. 

L’associazione per la tutela del “Salame Felino”, insieme a dodici produttori dello stesso, citavano in giudizio la Kraft lamentando l’uso improprio dell’indicazione geografica “Salame Felino”, in quanto prodotto in un’area geografica estranea alla provincia di Parma.

Nel 2001, il Tribunale di Parma stabiliva che l’indicazione geografica “Salame Felino” non poteva godere della protezione conferita a livello comunitario alle indicazioni geografiche dei prodotti agricoli ed alimentari dal Regolamento n. 2081 del 1992, mancando la condizione essenziale della registrazione dell’indicazione geografica. La medesima sentenza condannava comunque Kraft per concorrenza sleale a causa dell’ingannevolezza dell’uso della dicitura “Salame Felino” che lasciava intendere al consumatore che tale salame provenisse da una determinata area geografica quando invece così non era. E ciò in base all’art. 31 del D.Lgs. 198 del 1996, che, aggiornando la disciplina nazionale delle indicazioni geografiche, vieta ogni forma di riferimento geografico decettivo. 

La Corte d’appello di Bologna confermava la sentenza di primo grado sottolineando che la tutela contro l’uso decettivo delle indicazioni geografiche fornita a livello nazionale dall’art. 31 del D.Lgs. 198 del 1996 non è in contrasto con il sistema di protezione delle indicazioni geografiche previsto a livello comunitario dal Regolamento 2081/92. 

La questione della compatibilità tra la normativa nazionale contro l’uso decettivo delle indicazioni geografiche (art. 31 del D.Lgs. 198 del 1996) e la disciplina comunitaria per la tutela di queste ultime (Regolamento 2081/92) veniva quindi affrontata dalla Corte di Cassazione. Kraft sosteneva infatti che tali normative erano tra di loro incompatibili, di conseguenza affermando che un’indicazione geografica non registrata, non potendo godere di tutela a livello comunitario in forza del Regolamento 2081/92, non poteva neppure essere tutelata a livello nazionale contro atti di concorrenza sleale.  

La Corte di Cassazione sospendeva il procedimento e sottoponeva alla Corte di Giustizia Europea le seguenti questioni pregiudiziali: (i) se, in forza del Regolamento 2081/1992, può essere conferito il diritto esclusivo di utilizzare all’interno dell’area comunitaria un’indicazione geografica che non sia stata oggetto di registrazione; (ii) quale tutela debba essere concessa, sia a livello nazionale che a livello comunitario, ad un’indicazione geografica non registrata.

Con la recentissima sentenza dell’8.5.2014, la Corte di Giustizia Europea confermava che condizione essenziale per poter accedere alla tutela comunitaria fornita dal Regolamento 2081/92 è la registrazione dell’indicazione geografica. L’indicazione geografica “Salame Felino”, pertanto, poteva godere di detta tutela solamente a far data dalla sua registrazione (e quindi dal 2013).

In merito alla seconda questione pregiudiziale, la Corte di Giustizia sottolineava che il Regolamento 2081/92 non osta di per sé al conferimento di una tutela nazionale ad un’indicazione geografica non registrata. La Corte di Giustizia affermava infatti che la normativa nazionale e quella comunitaria sono in linea di principio compatibili, a patto  che l’applicazione della normativa nazionale (i) non sia in contrasto con il principio di libera circolazione delle merci all’interno del mercato comunitario e (ii) non comprometta la realizzazione degli obbiettivi perseguiti dal Regolamento 2081/92 ovverosia l’armonizzazione della tutela delle indicazioni geografiche a livello comunitario al fine di favorire la concorrenza tra gli operatori del mercato.

Toccherà ora alla Corte di Cassazione stabilire se la normativa nazionale contro gli usi decettivi di indicazioni geografiche sia o meno in contrasto con gli obbiettivi del Regolamento 2081/92 e/o con il principio di libera circolazione delle merci.

Pur se la questione non può ancora dirsi conclusa in attesa del pronunciamento definitivo della Corte di Cassazione, vi è da sottolineare l’importanza delle conclusioni a cui è pervenuta la Corte di Giustizia Europea, in particolar modo con riferimento al fatto che, di per sé, il Regolamento 2081/92 non impedisce agli stati membri di prevedere una tutela a livello nazionale per quelle denominazioni geografiche che non godano di tutela a livello comunitario. 

Non vi è dubbio, tuttavia, che la decisione della Corte di Giustizia Europea costituisca un segnale incoraggiante per quanto riguarda la tutela in ambito nazionale di quelle denominazioni d’origine che non siano state fatte oggetto di registrazione.

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L’uso del marchio altrui a fini di critica: Enel/Greenpeace

autore:

Federico Paesan

Il fenomeno dell’uso di marchi altrui in chiave critica o parodistica ha vissuto negli ultimi anni un notevole sviluppo in ogni parte del globo, come testimoniano questi esempi:  

Insegna recentemente apparsa all’esterno di un bar di Los Angeles (“dumb” in inglese significa “stupido”).

Uso del logo Esso (opportunamente modificato) da parte di Greenpeace nell’ambito di una campagna di denuncia nei confronti della multinazionale del petrolio.

Utilizzo umoristico/commerciale del marchio Luis Vuitton negli Stati Uniti per borsette destinate ai proprietari di animali domestici.
I titolari di marchi il più delle volte hanno denunciato tali pratiche, lamentando lo svilimento dei propri segni nonché l’indebito sfruttamento compiuto dagli utilizzatori non autorizzati. Approdate nelle aule di tribunale, tali controversie sono state decise in base alla tipologia e alle finalità dell’uso del marchio altrui.
In linea generale, i titolari dei marchi hanno avuto la meglio quando è stato riconosciuto il carattere principalmente commerciale dell’uso parodistico e/o critico compiuto da terzi. Quando invece tale uso è stato ritenuto finalizzato ad una giusta e proporzionata critica o ad una (riuscita) parodia, anche se latamente commerciale, hanno vinto i c.d. free riders.
Quanto alla giurisprudenza nazionale, ultimo in ordine cronologico è il caso Enel/Greenpeace, riguardante l’uso del logo Enel in una campagna ambientalista. Tale campagna consisteva nella distribuzione di false bollette Enel, apparentemente identiche alle originali, riportanti dati sui danni ambientali, sanitari ed economici causati da Enel nella produzione di energia fossile. Non solo. Greenpeace distribuiva anche false copie del quotidiano Metro contenenti una finta pubblicità in cui il logo Enel veniva storpiato (un albero con una foglia caduta a terra) e accompagnato dalla dicitura “Enel, l’energia che ti sporca”.
La vicenda ha impegnato il Tribunale di Milano. In prima istanza, Greenpeace ha avuto la meglio. Il Tribunale ha infatti ritenuto che l’uso del marchio Enel non avesse scopi commerciali e fosse invece diretto ad una giusta e proporzionata critica. E che pertanto tale uso fosse protetto dal principio costituzionale della libertà d’espressione. In poche parole, anche se Greenpeace aveva svilito il marchio Enel, aveva un “giusto motivo” per farlo.
Tale decisione è stata però ribaltata in sede di reclamo. Il Tribunale di Milano ha infatti ritenuto che l’uso non autorizzato del marchio Enel fosse avvenuto all’interno di un’attività economica. In particolare, i giudici hanno sottolineato che Greenpeace è strutturata come un’azienda, avendo allestito un sistema di fund raising di natura imprenditoriale. Di qui il convincimento per cui l’utilizzo del marchio Enel va letto come forma di sfruttamento della sua notorietà finalizzata a favorire la raccolta di fondi da parte di Greenpeace.
Gli stessi giudici hanno poi sottolineato che l’uso del marchio Enel da parte di Greenpeace è altamente denigratorio. In particolare è stato evidenziato come la produzione di energia fossile non sia di appannaggio esclusivo di Enel. Greenpeace, tuttavia, ha rivolto la campagna unicamente nei confronti di tale operatore, utilizzando il suo marchio per simboleggiare l’intera categoria dei produttori di energia fossile. Inoltre, l’utilizzo del marchio Enel danneggia l’azienda nel suo complesso, pur se la critica di Greenpeace si riferisce ad una sola delle tante attività dell’azienda (la produzione di energia fossile).
Su questi presupposti il Tribunale di Milano ha ritenuto prevalente in sede di reclamo la natura commerciale ed il carattere denigratorio della campagna di Greenpeace rispetto alla sua finalità di critica e ne ha conseguentemente inibito la prosecuzione, disponendo il sequestro del materiale pubblicitario.
Il provvedimento è disallineato rispetto alla giurisprudenza formatasi in altri Paesi europei in casi analoghi.
In Francia, ad esempio, l’utilizzo sopra raffigurato del logo ESSO non è stato considerato come un utilizzo illecito del marchio altrui, in quanto privo di finalità commerciali (Esso v. Greenpeace France, Cour de Cassation, 8 aprile 20082008 -http://www.courdecassation.fr/IMG/pdf/bul_civ_04_08.pdf, pag. 89). Analoga decisione è stata adottata dalla Corte di Cassazione francese nel caso Areva/Greenpeace. Areva, società monopolista dell’energia nucleare in Francia, aveva fatto causa a Greenpeace per l’uso del suo marchio modificato attraverso l’aggiunta di un teschio, così da evidenziare i danni mortali causati dall’energia atomica. Di nuovo è stata esclusa ogni finalità commerciale dell’utilizzo del marchio altrui e dunque la sua contraffazione (Greenpeace France v. Spcea, Cour de Cassation, 8 aprile 2008 - http://www.legalis.net/spip.php?page=jurisprudence-decision&id_article=2275). Stesso esito ha avuto un giudizio similare in Germania, che ha visto ancora una volta contrapposti Esso e Greenpeace in ragione della campagna ambientalista STOPE$$O (Stoppesso.de, LG Hamburg, 10 giugno 2002, in GRUR 2003).
In tutti i casi stranieri citati, l’attività di fund raising non è stata considerata un’attività economica. Non è pertanto stata applicata la normativa sui marchi e il bilanciamento tra gli interessi in gioco è avvenuto mediante quelle categorie di proporzionalità e continenza proprie dei giudizi di diffamazione. Greenpeace è quindi uscita vittoriosa da tali processi in quanto la sua critica non è stata ritenuta gratuitamente denigratoria, anche in considerazione dell’importanza di interessi sociali quali la tutela della salute e dell’ambiente. Per tali motivi, l’utilizzo critico dei marchi ESSO e Areva è stato ritenuto lecito in quanto protetto dalla libertà d’espressione.
Il tema resta aperto e in Italia ha avuto già un impatto in quanto Greenpeace ha eliminato ogni riferimento al logo Enel dalla sua campagna pur continuando a riferirsi al colosso energetico e alle sue pratiche dannose per la salute e per l’ambiente (http://www.greenpeace.it/metro/). Staremo a vedere se anche questo riferimento ad Enel sarà oggetto di censura o se, al contrario, la giurisprudenza italiana opterà per un riallineamento con quella di altri paesi europei.
 

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