Il Tribunale di Venezia sul carattere distintivo del marchio

autore:

Luca Egitto

La pronuncia in esame è del Tribunale di Venezia in un giudizio concernente l’uso del marchio “Dolce Vita” instaurato dal titolare di un diritto anteriore (esercente attività alberghiera), contro una società (anch’essa operante nel settore alberghiero) alla quale è stato contestato l’utilizzo della suddetta denominazione nella ragione sociale, come marchio, come nome a dominio e come key words nei motori di ricerca, in combinazione con denominazioni come “hotel” e “Italy”.

La sentenza del Tribunale di Venezia offre spunti interessanti e utili nella determinazione dei criteri di valutazione della capacità distintiva e della sussistenza di interferenza di un marchio con un segno anteriore debole.
Sul tema della distintività il Tribunale di Venezia torna sul ricorrente tema dell’eccezione di carenza di capacità distintiva proposta sulla base della contemporanea esistenza sul mercato di un elevato numero di marchi, registrati e non, identici a quello azionato e utilizzati per prodotti identici o analoghi a quelli dell’attore. Anche nel caso in esame la società convenuta aveva eccepito la carenza di capacità distintiva del marchio azionato, sostenendo che la massiccia presenza di marchi “Dolce Vita”, utilizzati per prodotti e servizi simili a quelli offerti dall’attrice, privasse il marchio di quest’ultima della capacità distintiva.

Il Tribunale di Venezia ha respinto l’eccezione precisando che “il requisito della distintività del marchio deve valutarsi in ragione delle sue caratteristiche intrinseche, atte ad associare il prodotto o il servizio alla sua origine imprenditoriale. In tal senso, al fine di verificare la sussistenza del requisito della distintività del marchio non rileva, in prima battuta, il fatto che sul mercato esistano segni distintivi consimili e, quindi, l’affermato affollamento del settore di riferimento che utilizza da tempo il sintagma “Dolce Vita” per indicare prodotti o servizi analoghi a quelli per i quali i marchi attorei sono stati registrati, risolvendosi la questione della compresenza di più segni distintivi simili nella problematica inerente al requisito della novità del segno di cui si è già detto, ben potendo i marchi coesistenti avere tutti carattere distintivo e, purtuttavia, dovendosi confrontare tra di loro sotto il diverso requisito previsto dall’art. 12 cpi.  Ciò premesso si deve ritenere, in adesione alla giurisprudenza comunitaria, che il marchio sia privo del requisito della distintività quando non sia percepito dal pubblico di riferimento come segno che contraddistingua la provenienza del prodotto o del servizio.”

L’eccezione di carenza di capacità distintiva proposta dalla convenuta si fondava altresì sulla pretesa descrittività della denominazione “Dolce Vita”.  Il Tribunale di Venezia, pur ammettendo la scarsa forza distintiva del suddetto marchio, ha tuttavia respinto l’argomentazione della convenuta sostenendo che i marchi “Dolce Vita” della società attrice “non descrivono il reso, ma evocano, come già affermato da questo Tribunale in altre occasioni, un modus vivendi innervato da una condizione di leggerezza” e che il sintagma “Dolce Vita” non necessariamente è meramente descrittivo dei servizi turistico-alberghieri” ed è “una espressione autonoma che in sé non ha alcuna aderenza concettuale con l’esercizio alberghiero”.

Infine, il Tribunale di Venezia ha valutato l’interferenza tra i marchi della convenuta (identici nel nucleo centrale “Dolce Vita” a quelli dell’attrice e difformi solo per la presenza di suffissi o prefissi meramente descrittivi) con quelli dell’attrice tenendo conto della qualificazione di questi come marchi deboli.  

Il giudice veneziano, nell’effettuare la suddetta valutazione, ha affermato, conformemente all’approccio largamente condiviso in giurisprudenza, che a “a fronte di un marchio di un marchio debole, anche lievi differenziazioni del segno distintivo messo a confronto escluderebbero la contraffazione, considerata l’attenuata capacità distintiva del marchio stesso” precisando tuttavia che tale esame comparativo vada fatto esaminando attentamente gli elementi di differenziazione apportati al segno concorrente, al fine di accertare che questi “abbiano a loro volta rilievo distintivo”.  Il tribunale veneziano, ribadendo che “anche le mutazioni apportate al segno messo a confronto dovranno a loro volta essere idonee ad attribuire distintività al segno”, ha sottolineato che “non può affermarsi in termini meccanicistici che qualsiasi lieve differenziazione escluda la contraffazione, ai sensi dell’art. 20  b) cpi, essendo rilevanti solo le modifiche, seppure lievi, che siano avvertibili nella collettività dei consumatori e tali da far ritenere che esse segno non sia associabile con il marchio registrato”.
Concordemente, escludendo che l’aggiunta della denominazione “Hotels&Resorts” al segno “Dolce Vita” avesse qualsiasi rilievo distintivo, il Tribunale di Venezia ha accertato la contraffazione del marchio azionato.

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CGE su violazione del diritto d’autore online e giurisdizione

autore:

Luca Egitto

Sentenza della Corte (Quarta Sezione), 3 ottobre 2013, «Regolamento (CE) n. 44/2001 — Competenza giurisdizionale — Materia di illeciti civili dolosi o colposi — Diritti patrimoniali di un autore — Supporto materiale che riproduce un’opera protetta — Messa in rete — Determinazione del luogo in cui si è concretizzato il danno». Causa C‑170/12, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dalla Cour de cassation (Francia), con decisione del 5 aprile 2012, pervenuta in cancelleria l’11 aprile 2012, nel procedimento Peter Pinckney contro KDG Mediatech AG.

Il fatto
Il sig. Pinckney, residente a Tolosa (Francia), dopo aver appreso che diverse canzoni delle quali è l’autore erano state riprodotte senza la sua autorizzazione su un CD prodotto in Austria dalla società Mediatech e successivamente offerto in vendita online (e quindi accessibile anche dal luogo di residenza di Pinckney) dalle società inglesi Crusoe ed Elegy, ha citato la società austriaca Mediatech dinanzi al Tribunale di Tolosa chiedendo il risarcimento del danno patito a causa della violazione dei suoi diritti d’autore.
In primo grado l’eccezione di incompetenza proposta da Mediatech era stata respinta dal Tribunale di Tolosa, che ha ritenuto sufficiente per radicare la propria competenza l’accessibilità al sito di vendite online a partire dal luogo di residenza dell’attore. Mediatech ha proposto appello avverso la sentenza del Tribunale di Tolosa adducendo che poiché i CD erano prodotti in Austria su richiesta di una società britannica che li commercializza via internet, la questione era competenza dei giudici del domicilio del convenuto, in Austria, o di quelli del luogo in cui si era verificato il danno (il luogo dell’illecito contestato) ossia il Regno Unito. La Corte d’Appello di Tolosa, riformando la sentenza di primo grado ha accolto l’appello e pertanto escluso la competenza del giudice di Tolosa. Avverso tale sentenza il signor Pinckney ha proposto ricorso per Cassazione allegando una violazione dell’art. 5, punto 3, del Reg. 44/2001 (di seguito “Regolamento”) e ribadendo la competenza del giudice francese.

La questione sottoposta alla CGE
La Corte di Cassazione Francese ha sospeso il processo al fine di sottoporre alla CGE le seguenti questioni pregiudiziali:
«1) Se l’articolo 5, punto 3, del Regolamento 44/2001 debba essere interpretato nel senso che, in caso di asserita violazione dei diritti patrimoniali d’autore commessa mediante la messa in rete di contenuti su un sito Internet,
– la persona che si ritiene lesa ha la facoltà di esperire un’azione dinanzi ai giudici di ogni Stato membro sul cui territorio un’informazione messa in rete sia accessibile oppure lo sia stata, al fine di ottenere il risarcimento del solo danno cagionato sul territorio dello Stato membro del giudice adito,
o
– occorre inoltre che detti contenuti siano o siano stati destinati a un pubblico situato all’interno di detto Stato membro, oppure che sia ravvisabile un altro nesso di collegamento.
2) Se occorra rispondere nello stesso modo alla prima questione pregiudiziale anche nel caso in cui l’asserita violazione dei diritti patrimoniali d’autore non consegua alla messa in rete di contenuti dematerializzati, ma, come nel caso di specie, all’offerta in rete di un supporto materiale che riproduce detto contenuto».
La Corte di Cassazione francese ha chiesto, in pratica, se l’articolo 5, punto 3, del regolamento debba essere interpretato nel senso che, in caso di asserita violazione dei diritti patrimoniali d’autore garantiti dallo Stato membro del giudice adito, quest’ultimo è competente a conoscere dell’azione per responsabilità presentata dall’autore di un’opera nei confronti di una società con sede in un altro Stato membro e che ha ivi riprodotto la citata opera su un supporto materiale che è stato poi venduto, da alcune società con sede in un terzo Stato membro, tramite un sito Internet accessibile anche nel distretto del giudice adito.

La decisione della Corte di Giustizia
La CGE ha impostato il proprio ragionamento partendo dalla considerazione che (i) il Regolamento, in deroga al principio enunciato all’articolo 2, paragrafo 1, che attribuisce la competenza ai giudici dello Stato membro sul territorio del quale il convenuto è domiciliato, prevede, al capo II, sezione 2, alcune ipotesi di competenze speciali, tra cui quella del sopra citato articolo 5, punto 3 e che (ii) poiché la competenza dei giudici del luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto o può avvenire costituisce una regola di competenza speciale, essa deve essere interpretata in modo restrittivo.
La CGE ha ricordato che la regola di competenza prevista all’articolo 5, punto 3, del Regolamento trova il suo fondamento nell’esistenza di un collegamento particolarmente stretto tra la contestazione e i giudici del luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto o può avvenire e che uno degli elementi di collegamento riconosciuti dalla giurisprudenza deve consentire di radicare la competenza del giudice che ricopre obiettivamente la miglior posizione per valutare se ricorrano gli elementi costitutivi della responsabilità della persona convenuta. Alla luce di tale ragionamento la CGE ha ritenuto che può essere validamente adito solo il giudice nel cui distretto sia situato l’elemento di collegamento pertinente.
Nel caso del signor Pinckney, la questione non verteva sulla possibilità di citare in giudizio, in base al luogo dell’evento generatore, uno dei presunti autori del danno dedotto dinanzi al giudice adito (è pacifico che tale luogo non si trovi nel distretto del giudice adito dal sig. Pinckney) quanto piuttosto se tale giudice sia competente in base alla concretizzazione del danno dedotto. Secondo la CGE, pertanto, la questione giuridica rilevante era determinare concretamente le circostanze in cui, ai fini dell’articolo 5, punto 3, del Regolamento, il danno derivante da un’asserita violazione dei diritti patrimoniali di un autore si concretizza o può concretizzarsi in uno Stato membro diverso da quello in cui il convenuto ha riprodotto l’opera dell’autore su un supporto materiale che è stato poi venduto tramite un sito Internet accessibile anche nel distretto del giudice adito.
Sulla base delle pronunce giurisprudenziali consultate, la CGE ha ritenuto che (i) il luogo in cui si concretizza il danno ai sensi dell’art. 5, punto 3 del Regolamento, può variare in funzione della natura del diritto asseritamente violato, (ii) il rischio che un danno si concretizzi in un determinato Stato membro è subordinato alla circostanza che il diritto del quale si lamenta la violazione sia protetto in tale Stato membro, (iii) nell’individuare il luogo della concretizzazione del danno al fine di attribuire a un giudice la competenza a conoscere di un’asserita violazione in materia di illeciti civili dolosi o colposi è importante anche considerare quale giudice sia in grado di valutare meglio degli altri il merito della violazione dedotta.
In applicazione di tali principi, ai fini dell’individuazione del luogo della concretizzazione del danno asseritamente causato tramite Internet, la Corte ha distinto le violazioni dei diritti della personalità da quelle di un diritto della proprietà intellettuale e industriale. Secondo la CGE la vittima di una violazione dei diritti della personalità commessa via internet per mezzo di un contenuto messo in rete, sulla base della concretizzazione del danno, può agire dinanzi ai giudici di ogni Stato membro sul cui territorio il suddetto contenuto sia, o sia stato, accessibile (sottolineando che tali giudici sono competenti a conoscere del solo danno cagionato sul territorio del proprio stato). Tuttavia, poiché l’impatto, sui diritti della personalità di un soggetto di una violazione commessa per mezzo di un’informazione messa in rete può essere valutato meglio dal giudice del luogo in cui tale soggetto possiede il proprio centro di interessi, il titolare del diritto violato può adire, per la totalità del danno cagionato, anche il solo giudice di tale luogo.
Per quanto riguarda invece la cognizione su una violazione di un diritto della proprietà intellettuale e industriale, la cui tutela derivante da un atto di registrazione è limitata al territorio dello Stato membro di registrazione, deve essere dedotta davanti ai giudici di quest’ultimo, che possono meglio valutare se sussista effettivamente una violazione del diritto in questione.
Applicando i suddetti principi al caso del signor Pinckney, la CGE ha rilevato che (i) i diritti patrimoniali di un autore sono certamente soggetti, al pari dei diritti correlati a un marchio nazionale, al principio di territorialità e vanno protetti automaticamente in tutti gli Stati membri, (ii) l’individuazione del luogo della concretizzazione del danno ai sensi dell’articolo 5, punto 3, del Regolamento non si basa su criteri propri della valutazione di merito sull’asserita violazione e (iii) che l’articolo 5, punto 3, del citato regolamento non esige in particolare che l’attività dannosa in questione sia “diretta verso” lo Stato membro del giudice adito. La CGE ha quindi concluso che, per quanto riguarda la dedotta violazione di un diritto patrimoniale d’autore, la competenza a conoscere di un’azione in materia di illeciti civili dolosi o colposi è già stabilita, a favore del giudice adito, dato che lo Stato membro nel cui territorio si trova tale giudice tutela i diritti patrimoniali fatti valere dal ricorrente e il danno dedotto può concretizzarsi nel distretto del giudice adito.
La Corte ha pertanto ritenuto che nei casi come quello del signor Pinckney, l’eventualità che il suddetto danno si concretizzi deriva dalla possibilità di procurarsi, per mezzo di un sito Internet accessibile nel distretto del giudice adito, una riproduzione dell’opera a cui si riferiscono i diritti fatti valere dal ricorrente e che, poiché la tutela accordata dallo Stato membro del giudice adito vale soltanto per il territorio del citato Stato membro, il giudice adito è competente esclusivamente a conoscere del solo danno cagionato nel territorio dello Stato membro in cui esso ha sede (infatti, se detto giudice fosse altresì competente a conoscere il danno cagionato sui territori di altri Stati membri, esso si sostituirebbe ai giudici di tali Stati, competenti a conoscere del danno cagionato sul territorio del loro rispettivo Stato membro, alla luce dell’articolo 5, punto 3, del regolamento e del principio di territorialità, e meglio attrezzati per valutare se siano stati effettivamente violati i diritti patrimoniali d’autore garantiti dallo Stato membro interessato e per determinare la natura del danno cagionato.
In conclusione, la CGE ha risposto alla questione sollevata dalla Corte di Cassazione francese dichiarando che “l’articolo 5, punto 3, del Regolamento deve essere interpretato nel senso che, in caso di asserita violazione dei diritti patrimoniali d’autore garantiti dallo Stato membro del giudice adito, quest’ultimo è competente a conoscere di un’azione per responsabilità presentata dall’autore di un’opera nei confronti di una società con sede in un altro Stato membro e che ha ivi riprodotto la citata opera su un supporto materiale che è stato poi venduto, da alcune società con sede in un terzo Stato membro, tramite un sito Internet accessibile anche nel distretto del giudice adito. Tale giudice è competente esclusivamente a conoscere del solo danno cagionato nel territorio

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CGE e responsabilità dei Provider Internet

autore:

Luca Egitto

Sentenza Della Corte Di Giustizia (Quarta Sezione) 27 marzo 2014 nella causa C‑314/12 - Direttiva 2001/29/CE – Sito Internet che mette opere cinematografiche a disposizione del pubblico senza il consenso dei titolari di un diritto connesso al diritto d’autore – Articolo 8, paragrafo 3 – Nozione di “intermediari i cui servizi siano utilizzati da terzi per violare un diritto d’autore o un diritto connesso” – Provvedimento nei confronti di un fornitore di accesso ad Internet che gli vieta di consentire ai suoi abbonati l’accesso a un sito Internet – Bilanciamento fra diritti fondamentali.

Questa sentenza della CGE è giunta con tempismo pressoché perfetto rispetto all’introduzione dell’ultra-rapida procedura AGCOM, innestandosi sul medesimo tema, ossia il blocco all’accesso dei contenuti online imposto ai provider e la compatibilità di tali provvedimento con la normativa comunitaria in materia di diritto d’autore e le fondamentali libertà d’impresa e informazione. 

Nel caso in esame, due società austriache titolari dei diritti di sfruttamento economico su opere audiovisive, Constantin Film Verleih GmbH e Wega Filmproduktionsgesellschaft GmbH, dopo avere appreso che diverse opere di loro proprietà potevano essere scaricate o visualizzate in streaming su un sito internet, hanno proposto azione in via d’urgenza dinanzi al giudice austriaco al fine di ottenere un’ordinanza con cui si ingiungesse all’UPC Telekabel, provider austriaco di accesso ad internet, di inibire l’accesso dei suoi abbonati al sito internet contestato. 

Il giudice di primo grado aveva accolto il ricorso, ingiungendo al provider di inibire l’accesso dei suoi abbonati al sito Internet contestato, mediante il blocco del DNS e dell’indirizzo IP attuale nonché di ogni altro indirizzo futuro di cui il provider fosse venuto a conoscenza. Avverso tale provvedimento il provider ha proposto appello, alla luce del quale la Corte d’Appello di Vienna ha modificato parzialmente l’ordinanza di primo grado, ritenendo che quest’ultima aveva erroneamente indicato le misure che l’UPC Telekabel doveva adottare per effettuare il blocco del sito Internet contestato. L’Oberlandesgericht di Vienna ha ritenuto in primo luogo che la propria legge nazionale debba essere interpretata alla luce dell’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva 2001/29 e che, pertanto, UPC Telekabel doveva essere considerata un intermediario i cui servizi erano utilizzati per violare i diritti connessi di Constantin Film e Wega, che avevano quindi diritto di chiedere il provvedimento inibitorio nei confronti del provider. Tuttavia, il giudice d’appello viennese ha ritenuto che al provider potesse soltanto essere richiesto, nella forma di un obbligo di conseguire un risultato, di vietare ai suoi abbonati l’accesso al sito Internet contestato, lasciandolo libero quanto alla scelta delle misure da adottare.

Il provider UPC Telekabel ha proposto ricorso alla suprema corte austriaca escludendo che i propri servizi siano utilizzati per violare un diritto d’autore o un diritto connesso ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva 2001/29, non avendo alcun rapporto commerciale con i gestori del sito Internet contestato e asserendo che non fosse stato dimostrato che i suoi abbonati avessero agito in modo illecito. Infine, il provider ha allegato che le diverse misure di blocco da adottarsi erano tutte tecnicamente aggirabili e in alcuni casi eccessivamente onerose. 

La suprema corte ha quindi rimesso la questione alla CGE con quattro quesiti, di cui analizziamo solo il primo e il terzo (il secondo e il quarto quesito erano condizionati alla riposta negativa del primo e del terzo, condizione che non si è avverata, come vedremo di seguito): 

(a)Se l’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva 2001/29 (...) debba essere interpretato nel senso che un soggetto il quale metta a disposizione del pubblico in Internet materiali protetti senza l’autorizzazione dei titolari dei diritti [ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2001/29] utilizza i servizi del fornitore di accesso [a Internet] dei soggetti che accedono a tali materiali.

(b)Se sia compatibile con il diritto dell’Unione, in particolare con la necessità di operare un bilanciamento fra i diritti fondamentali delle parti coinvolte, vietare a un fornitore di accesso [a Internet] in modo totalmente generale (dunque senza la prescrizione di misure concrete) di consentire ai suoi abbonati l’accesso a un determinato sito Internet fintanto che in quest’ultimo siano, esclusivamente o prevalentemente, resi accessibili contenuti senza l’autorizzazione del titolare dei diritti, qualora il fornitore di accesso [a Internet] possa evitare sanzioni per la violazione di tale divieto dimostrando di avere comunque adottato tutte le misure ragionevoli.

a) La CGE, ha analizzato il primo quesito precisando in promo luogo che, come indicato dal considerando 59 della direttiva 2001/29, i servizi degli intermediari sono sempre più utilizzati per violare il diritto d’autore o i diritti connessi e che quindi tali intermediari sono spesso i più idonei a porre fine a tali violazioni (UPC Telekabel ha contestato di poter essere qualificata come intermediario si sensi della suddetta direttiva). La Corte ha ricordato, nella sua analisi, che ai sensi dl considerando 59 della direttiva 2001/29 il termine «intermediario», utilizzato all’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva, significa qualsiasi soggetto che consenta violazioni in rete da parte di un terzo contro opere o altri materiali protetti. Secondo la Corte, poiché il fornitore di accesso ad Internet è parte necessaria di ogni trasmissione in Internet di una violazione tra un suo abbonato e un terzo, deve concludersi che un fornitore di accesso ad Internet, quale UPC Telekabel, che consente ai suoi abbonati l’accesso a materiali protetti messi a disposizione del pubblico su Internet da un terzo, è un intermediario ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva 2001/29.

La Corte non ha condiviso la prospettazione secondo cui, per ottenere la pronuncia di un’ingiunzione nei confronti di un fornitore di accesso ad Internet, i titolari di un diritto devono dimostrare che sia effettivamente avvenuta una consultazione, sul sito Internet contestato, dei materiali protetti messi a disposizione del pubblico senza l’accordo del titolare dei diritti, poiché la direttiva 2001/29 dispone che le misure da questo previste abbiano l’obiettivo non solo di far cessare le violazioni ma anche di prevenirle. Di conseguenza, i titolari di un diritto d’autore o di un diritto connesso possono agire senza dover dimostrare che gli abbonati di un fornitore di accesso ad Internet consultino effettivamente i materiali protetti messi a disposizione del pubblico senza la loro autorizzazione: l’esistenza di un atto di messa a disposizione del pubblico di un’opera – infatti - presuppone unicamente che detta opera venga messa a disposizione del pubblico, non che il pubblico abbia avuto effettivamente accesso a tale opera.

Secondo la Corte, pertanto, l’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva 2001/29 dev’essere interpretato nel senso che un soggetto che metta a disposizione del pubblico su un sito Internet materiali protetti senza l’accordo del titolare dei diritti, ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 2, di tale direttiva, utilizza i servizi del fornitore di accesso ad Internet dei soggetti che consultano tali materiali, il quale deve essere considerato un intermediario ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva 2001/29.

b) Quanto al secondo quesito, la CGE ha ricordato che, ai sensi del considerando 59 della direttiva 2001/29, le modalità delle ingiunzioni che gli Stati membri devono prevedere ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva, rientrano nel diritto nazionale e che le norme nazionali devono rispettare i limiti derivanti dalla direttiva 2001/29 contemperando i diritti di volta in volta interessati. Il caso in esame coinvolge, in primo luogo, i diritti d’autore e i diritti connessi, in secondo luogo, la libertà d’impresa di cui godono gli operatori economici (quali i provider di accesso ad Internet) e, infine, la libertà d’informazione degli utenti di Internet. Ciò detto, le misure adottate dal destinatario di un’ingiunzione come quella oggetto di ricorso, devono essere sufficientemente efficaci per impedire o, almeno, di rendere difficilmente realizzabili le consultazioni non autorizzate dei materiali protetti. Sebbene le misure adottate in esecuzione di un’ingiunzione, possano non essere totalmente  idonee a condurre alla cessazione completa delle violazioni arrecate al diritto di proprietà intellettuale, esse non possono essere considerate incompatibili con l’esigenza di trovare un giusto bilanciamento, conformemente all’articolo 52, paragrafo 1, della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, tra tutti i diritti fondamentali applicabili. Secondo la Corte, in conclusione, i diritti fondamentali riconosciuti dal diritto dell’Unione devono essere interpretati nel senso che non ostano a che sia vietato, con un’ingiunzione pronunciata da un giudice, a un fornitore di accesso ad Internet, ai suoi abbonati l’accesso ad un sito Internet che metta in rete materiali protetti senza il consenso dei titolari dei diritti, qualora tale ingiunzione non specifichi quali misure tale fornitore d’accesso deve adottare e quest’ultimo possa evitare sanzioni per la violazione di tale ingiunzione dimostrando di avere adottato tutte le misure ragionevoli, a condizione tuttavia che, da un lato, le misure adottate privino inutilmente gli utenti di Internet della possibilità di accedere in modo lecito alle informazioni disponibili e, dall’altro, che tali misure abbiano l’effetto di impedire o, almeno, di rendere difficilmente realizzabili le consultazioni non autorizzate dei materiali protetti e di scoraggiare seriamente gli utenti di Internet che ricorrono ai servizi del destinatario di questa stessa ingiunzione dal consultare tali materiali messi a loro disposizione in violazione del diritto di proprietà intellettuale, circostanza che spetta alle autorità e ai giudici nazionali verificare.

Luca Egitto 

Il link alla sentenza:

http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf;jsessionid=9ea7d2dc30d5276c53b0095449f89ae1efe19a78ac64.e34KaxiLc3qMb40Rch0SaxuNbhj0?text=&docid=149924&pageIndex=0&doclang=IT&mode=lst&dir=&occ=first&part=1&cid=174499 

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