Il videocontrollo dei lavoratori integra un illecito penale

autore:

Marco Tullio Giordano

La Corte di Appello di Milano statuisce che il controllo invasivo dei dipendenti sul luogo di lavoro integra il reato di interferenza illecita nella vita privata e non solo la mera violazione dello Statuto dei Lavoratori (Corte App. Milano, Sez. V, 26.2.2014, n. 1630)

 La pronuncia in oggetto, depositata a giugno 2014 dalla Corte di Appello di Milano, affronta tre diversi casi di controllo, evidentemente troppo invasivo, dei dipendenti, perpetrati per il tramite della medesima ditta specializzata: il presidente di una società che fa istallare abusivamente, all'interno dell'ufficio dell'amministratore delegato, un miniregistratore con annessa microtelecamera e microfono; il titolare di uno studio dentistico che (al fine di verificare se i propri dipendenti percepissero pagamenti in contanti direttamente dai clienti) chiede l’istallazione di ben undici telecamere nascoste, gestite dal proprio personal computer; il titolare di una terza società che intende controllare l’amministratore delegato attraverso l’installazione di microspie e la registrazione delle conversazioni.

 La sentenza appare piuttosto articolata e complessa, anche in considerazione delle peculiarità di ciascun episodio e dei differenti ruoli rivestiti dagli imputati. Tuttavia, il tema più interessante, ad oggi mai esplorato dalla giurisprudenza penale, verte sull’integrazione del reato di interferenza illecita nella vita privata (art. 615 bis c.p.) - come sostenuto dalla pubblica accusa nel corso del -  piuttosto che della meno grave ipotesi di utilizzo di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori, mera contravvenzione prevista nell'art. 4 dello Statuto dei Lavoratori (Legge n. 300/1970) come, invece, aveva ritenuto il Giudice di prime cure.

 Tre erano sostanzialmente i motivi che avevano indotto il Tribunale a ravvisare nei fatti descritti la violazione dell'art. 4  dello Statuto dei Lavoratori: 1) l’attività di controllo era avvenuta in ambito lavorativo (si tratterebbe, dunque, di luoghi tutelati dall'art. 4 stesso); 2) sussisteva un rapporto di dipendenza tra autore  della condotta e vittima; 3) il datore di lavoro sarebbe stato mosso dalla finalità di “controllare l'esercizio dell'attività lavorativa” svolta dal dipendente (dolo specifico che sorreggerebbe la condotta prevista dalla norma speciale). In definitiva, secondo la sentenza di primo grado, le due disposizioni in apparente conflitto (art. 615 bis c.p. e art. 4 Statuto Lav.) vieterebbero entrambe condotte lato sensu di interferenza illecita nella vita privata, ma si tratterebbe di condotte sorrette da finalità diverse, perchè realizzate in “ambiti diversi” e aventi ad oggetto rapporti differenti. L'art. 4 dello Statuto dei Lavoratori deve essere considerato norma speciale per specificazione rispetto all'art. 615 bis c.p., prestando tutela contro le attività di spionaggio perpetrate dal datore di lavoro nei confronti dei dipendenti, al fine di controllarne l'attività professionale.

 Secondo i Giudici d’appello, però, la sentenza di primo grado, pur partendo da “pregevoli ricostruzioni delle due figure di illecito e della reciproca interazione ai sensi dell'art. 15 c.p.”, risulta “affetta da vizi di fatto” (in alcuni casi il rapporto tra autore e vittima non era propriamente di dipendenza), nonché da “vizi logici”, con la conseguenza che in tutte le ipotesi descritte doveva trovare applicazione proprio l'art. 615 bis c.p.

 A sostegno di tale soluzione, innanzitutto la considerazione che il luogo di lavoro rientra pacificamente nella nozione di “domicilio di cui all'art. 614 c.p., cui rinvia l'art. 615 bis c.p. Sul punto la Corte d'appello, richiamando e combinando tra loro gli ultimi approdi giurisprudenziali, ritiene che “a caratterizzare i luoghi di privata dimora siano l'ammissibilità dell'interclusione al pubblico con possibilità di svolgere attività al riparo da interferenze esterne e la natura privata dell'attività che il luogo è destinato ad accogliere”.

 Il Collegio, quindi, nell'individuazione del domicilio, dimostra di valorizzare, nel solco della giurisprudenza della Sezioni Unite (Cass. S.U., 28.3.2006, n. 26795), non tanto il luogo in sé, ma il rapporto sussistente tra persona e luogo, precisando, tra l'altro che “gli atti della vita privata non vanno confusi con quella della vita intima e familiare, ma comprendono anche attività “lavorative, ricreative, politiche, culturali, religiose” nelle quali si estrinseca la personalità dell'individuo.   

 L'orientamento della Corte d'appello, che accoglie dunque una nozione “allargata” di luogo di privata dimora, non è univoco, ma è interessante evidenziare che proprio in tema di interferenze illecite nella vita privata, dove generalmente, facendo leva sul criterio della stabilità della presenza nel luogo, viene adottata una nozione più ristretta (la libertà di domicilio assume rilevanza come diritto alla riservatezza su quanto si compie in certi luoghi, con la conseguenza che ne rimarrebbero estromessi quei luoghi in cui il soggetto, pur vantando uno ius excludendi, non vanta anche un pari diritto alla riservatezza), nondimeno, nessun dubbio sorge circa la natura di luogo di privata dimora dell'ufficio personale. In tale luogo, infatti, il titolare vanta, oltre allo ius excludendi, anche il diritto alla riservatezza di quanto si svolge al suo interno (Cfr. Cass. 5 dicembre 2012, n. 10444).

 Un secondo aspetto che,  giudizio della Corte di Appello renderebbe applicabile, nei casi di specie, l'art. 615 bis c.p. - sembra legato alla particolare forma di tutela del bene giuridico nell'art. 4 dello Statuto dei Lavoratori: qui, infatti, il “diritto alla riservatezza dei lavoratori” troverebbe tutela contro particolari modalità di aggressione integrate da controlli a distanza ( ove posti in essere in assenza di accordo con i sindacati) dell'esecuzione della prestazione lavorativa. L'art. 4, quindi, tutelerebbe la riservatezza del lavoratore contro controlli che si caratterizzano per esserea distanza, generalizzati delle maestranze”, “in un luogo pubblico” e sorretti da ragioni particolari (“organizzative, produttive o di salute”); viceversa, prosegue la Corte d'appello, l'art. 4 non sarebbe volto, come nei casi oggetto del procedimento in questione, al “controllo del singolo lavoratore”.

 E la Corte utilizza un chiaro esempio, al fine di esplicitare il proprio pensiero: una telecamera installata sopra una catena di montaggio, alla quale è addetto un numero imprecisato di lavoratori, ove non autorizzata, integrerà la violazione dell'art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, mentre la medesima telecamera, installata nell'ufficio di un impiegato, che possa chiuderne a chiave la porta, integrerà il reato di cui all'art. 615 bis, c.p.

 Ulteriore elemento di differenziazione tra le norme in questione sarebbe rappresentato dall'elemento soggettivo: costituito nel primo caso dalla volontà di bypassare i controlli delle r.s.a. pur di controllare la corretta esecuzione del lavoro, nel secondo dalla volontà (o accettazione del rischio) di procurarsi notizie o immagini relative alla vita privata del soggetto.

 Alla luce di tali considerazioni, la Corte d'appello ritiene che in tutti i casi esaminati la norma applicabile sia quella dell'art. 615 bis c.p. Decisivo, comunque, nel senso dell'inapplicabilità dell'art. 4 Statuto Lav. appare il luogo in cui sono state effettuate le riprese (visive e sonore): l'ufficio personale delle vittime, un luogo quindi “assolutamente privato”, per le ragioni evidenziate sopra.  Peraltro, anche sotto il profilo soggettivo, le circostanze deponevano nel senso della volontà degli autori di carpire le conversazioni delle vittime designate e non certo di controllare l'esecuzione della loro attività lavorativa.

 La Corte d'appello, pervenendo a conclusioni opposte a quelle del Tribunale, dopo aver dichiarato di condividerne l'esegesi e le considerazioni relative al rapporto di interazione tra norme, ha ritenuto che nei casi di specie, in assenza degli elementi specializzanti individuati dal primo giudice, dovesse trovare applicazione la norma generale.

 Ma si può parlare realmente di decisione innovativa? In realtà, sembra che la Corte sia giunta solo alla corretta intepretazione offerta dall'art. 38 dello Statuto Lavoratori, nella parte in cui esso stabilisce che l'art. 4 si applichi "salvo che il fatto non costituisca più grave reato". La disposizione della norma speciale, pertanto,  già individua un'ipotesi di concorso apparente di norme, anticipandone la soluzione alla stregua del principio di sussidiarietà.

 

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L’eredità digitale: prospettive sul futuro dei nostri bit

autore:

Marco Tullio Giordano

Le molteplici opportunità di comunicazione ed interazione digitale, sorte con l’affermazione definitiva di Internet, hanno rivoluzionato le nostre abitudini ed i nostri gesti quotidiani: sempre più grande è il numero di individui che utilizzano quotidianamente la rete per effettuare operazioni su conti online, prenotare visite mediche, stipulare contratti, intrattenere relazioni personali e commerciali, archiviare foto, acquistare libri, cartacei come anche digitali, musica e contenuti video.

Volgendo lo sguardo all’orizzonte, non è visionario chi intravede il tramonto dei supporti tradizionali, soprattutto considerando l’ingresso nell’età adulta dei cosiddetti “nativi digitali”, cosi come viene chiamata – secondo una definizione coniata da Marc Prensky nel suo Digital Natives, Digital Immigrants, pubblicato nel 2001 – la generazione cresciuta con le tecnologie digitali come i computer, Internet, telefoni cellulari e mp3.
Il fatto che il baricentro della vita di tutti noi sia sempre più spostato online, tuttavia, impone una presa di coscienza e maggiore consapevolezza riguardo alla sorte di questa mole di informazioni e, in certi casi, anche di beni economici, che rischiano un domani di essere persi per sempre. Negli ultimi dieci anni, dall’inizio dello sviluppo delle tecnologie digitali fino al recente avvento delle piattaforme di social networking, i principali temi affrontati dai pionieri del diritto sono stati quelli riguardanti questioni inter vivos: gli innumerevoli e a volte spigolosi problemi di privacy, quelli di diritto applicabile, quelli relativi alle modalità di conclusione di contratti a distanza, fino all’annosa questione delle responsabilità degli hosting provider. Da un po’ di tempo a questa parte, invece, si è iniziato ad affrontare, purtroppo non ancora a livello legislativo, il tema dell’eredità digitale e dell’adeguatezza del diritto delle successioni – così come previsto nel codice civile e nelle leggi di settore, ad iniziare dal D. Lvo 196/2003 – ad un mondo sensibilmente diverso da quello in cui è stato predisposto il nostro apparato normativo.

Di eredità digitale, in Italia, si è giunti a parlare solo nel 2012, con la diffusione, online per l’appunto, delle prime linee guida rilasciate dal Consiglio Nazionale del Notariato, mentre il problema si è posto da anni in altri paesi, tecnologicamente più avanzati, dove gli utenti hanno già iniziato a interrogarsi sulla sorte della propria vita digitale. Cosa accadrà il giorno che non ci saremo più? Chi avrà diritto di accedere ai nostri contenuti? Rimarranno online per sempre o saranno dimenticati insieme col loro titolare?
Il nostro diritto civile non si occupa specificamente di eredità digitale ma, se riteniamo di aver disseminato la rete di informazioni, contenuti e beni giuridici digitali, intangibili ma pur significativi, la soluzione consigliabile è quella di predisporre un testamento con il quale lasciare ai nostri eredi precise indicazioni al riguardo. Il testamento è un atto unilaterale revocabile con cui un soggetto dispone del proprio patrimonio ovvero detta una disposizione di carattere non patrimoniale per il tempo in cui avrà cessato di vivere. In Italia è regolamentato dagli articoli 601 e seguenti del codice civile. Essendo un atto personale, chi decide di redigere un testamento può prevedere una specifica disposizione con cui affida ad una o più persone di fiducia i profili web, i dispositivi che contengono files personali, nonché gli account attivi sui diversi servizi di cloud computing, precisando, eventualmente, l’uso che gli eredi potranno fare di quei dati. Al tempo stesso, laddove il desiderio, viceversa, fosse quello di tenere nascosti alcuni aspetti della propria vita agli eredi, è possibile nominare un esecutore testamentario e sempre attraverso l’istituto del mandato post mortem, affidargli il compito di chiudere i profili sui social networks e di cancellare email e files che desideriamo non ci sopravvivano.
In ogni caso, occorre tener presente che, per quanto apparentemente virtuali siano, i rapporti conclusi in rete sono in effetti veri e consueti rapporti giuridici, contratti con i quali si stabilisce l’erogazione e l’utilizzazione di determinati servizi forniti da società di servizi.
Sebbene, in linea di massima, si possa affermare che gli eredi subentrano in tutti i rapporti giuridici del defunto, le cose non devono apparire poi così semplici e ciò non per esigenze di privacy, ma per un duplice ordine di motivi. Innanzitutto, la gran parte dei servizi web è fornita da società di diritto estero, per cui potrebbero porsi questioni complicate in relazione alla legge ed alle procedure applicabili. In secondo luogo, bisognerà fare attenzione a quanto prevedono le clausole contrattuali dei singoli accordi che l’utente ha sottoscritto con i fornitori dei nostri servizi 2.0 (si pensi al leading case intentato per la restituzione di un profilo Facebook nel 2010 dai familiari di un soldato statunitense deceduto in Iraq, oppure alla pubblica denuncia dell’attore Bruce Willis, sollevata – nuovamente online – quando ha scoperto che Apple, nel licenziare il famoso software di distribuzione di contenuti digitali iTunes, non consente di trasferire agli eredi i brani acquistati dall’utente, pur profumatamente pagati). Volendo predisporre una veloce panoramica, troviamo che, a titolo esemplificativo e naturalmente non esaustivo: Facebook consente (fortunatamente, per una volta in ottemperanza del disposto normativo italiano, di cui all’art. 7 del Codice Privacy, n.d.a.) agli eredi che ne facciano richiesta, la possibilità di chiudere e quindi oscurare la pagina del defunto (alternativamente, essi possono disporre la conservazione della timeline, trasformandola in una sorta di mausoleo virtuale e senza la possibilità di aggiornamenti di stato, tramite il servizio “memorialization of a deceased person's account”); Google, che da un lato permette l’accesso alle caselle di posta Gmail previa esibizione di un certificato di morte e la dimostrazione del rapporto di parentela (salvo inibire, stranamente, l’accesso in assenza di rapporti digitali, quali uno scambio di email, tra richiedente e deceduto), dall’altro ha lanciato, poco prima dell’estate, il servizio Google Inactive Account Manager, con il quale gli utenti possono impostare il limite temporale di inattività (tre, sei, dodici mesi) che lasci presupporre la morte del titolare, nonché disporre la consegna delle credenziali e di un messaggio postumo personalizzabile ad un mandatario, purchè egli abbia un indirizzo email a cui notificare il tutto. Diversa e più terrena riflessione necessitano le successioni dei conti correnti online: affidarne la password ad un terzo non significa lasciargli la risorsa in caso di morte, perché esso non è altro che l’estensione virtuale di un conto reale. Quindi, per esempio, in una coppia non sposata e senza figli, ed in mancanza di idonea disposizione testamentaria, saranno comunque fratelli, sorelle e genitori ad ereditare la giacenza. Ragionando specularmente, gli eredi possono quindi reclamare quanto loro spetta attraverso i canali tradizionali: il notaio, così come uno studio legale specializzato, potrà assisterli e consigliarli.

In ambito aziendale, tutti i dati nella disponibilità del defunto, ma che appartengono a terzi, come caselle di posta elettronica, spazi di lavoro condivisi, profili autorizzativi bancari, di regola vanno loro restituiti ed il loro utilizzo inappropriato potrebbe generare problematiche di natura penale, di solito erroneamente non considerate.
In attesa di servizi online analoghi a quelli stranieri, se si vogliono evitare rischi e problemi senza arrivare a disporre un apposito testamento, anche dai computer di casa nostra si può utilizzare uno dei tantissimi servizi di digital inheritance in cui, come se fosse una cassetta di sicurezza, lasciare le nostre password in modo che, al momento del decesso, vengano comunicate via email alle persone indicate. In Germania, ad esempio, ci si può affidare ad una nuova società specializzata nel regolare l’eredità digitale e nel cancellare i profili e i conti online di chi non c’è più. La società, chiamata Columba, agisce come una sorta di amministratore dell’eredità digitale: i parenti o gli eredi della persona scomparsa possono farle pervenire generalità del defunto e certificazione di morte avvenuta. A quel punto Columba confronta questi dati con le informazioni salvate presso alcune società online con cui collabora. Tra queste ci sono social network, negozi online, banche e servizi per i pagamenti su internet, siti di giochi e scommesse. I parenti possono ad esempio decidere se far disattivare o cancellare i conti e i profili del defunto oppure se rilevare o disdire i contratti che aveva stipulato sulla rete. Columba si occupa inoltre di rintracciare gli eventuali saldi positivi sui conti online della persona deceduta – ad esempio sui portali per il pagamento o il trasferimento di denaro – e di girare le rispettive somme agli eredi. Un servizio che ha il suo costo: l’azienda offre il suo “pacchetto di protezione online” a 249 euro. Il servizio della Legacy Locker, basata a San Francisco e quindi assoggettata al diritto della California, prevede l’identificazione di tutti gli “online assets”, le username e le password e la loro assegnazione ad uno o più beneficiari, persone care (poeticamente definite guardians dall’omologa società Cyrrus Legacy, corrente nel Regno Unito) a cui decidiamo di affidare le nostre informazioni personali.

Insomma in attesa che il tema dell’eredità digitale venga affrontato dal legislatore, in quanto già inserito nell’agenda dell’Unione Europea tra le innovazioni promesse dal nuovo Regolamento Comunitario, che pur tarda ad arrivare e che dovrà sostituire l’ormai obsoleta impostazione della direttiva 95/46 CE, possiamo sostenere che, così come per altri importanti aspetti della nostra vita, anche in tema di successioni mortis causae, nuovamente il web, come molti sostengono, non sta solo cambiando la società, il costume, le forme di democrazia ma anche l’esercizio vero e proprio dei nostri diritti.

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Illegittimità del sequestro preventivo dell’intero blog

autore:

Marco Tullio Giordano

Il sequestro preventivo di un blog: nuovi orientamenti alla luce della sentenza della corte di cassazione n. 11895/2014

 “E' illegittimo il sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p. di un intero sito Internet, pur in presenza di commenti di terzi astrattamente diffamatori. La Corte ha sottolineato la funzione sociale dei mezzi di informazione e, nel caso concreto, ha ritenuto insussistente una potenzialità lesiva (periculum in mora) del sito in sè”

Corte di Cassazione, sezione V penale, sentenza 30 ottobre 2013 (dep. 12 marzo 2014, n. 11895) Pres. Dubolino; Rel. Lignola

 Sono state di recente pubblicate le motivazioni della sentenza n. 11895/2014, emessa dalla Quinta sezione penale della Corte di Cassazione. La pronuncia in questione è sicuramente destinata a lasciare il segno tra gli appassionati della materia, poiché con essa, si sanciscono una serie di principi di diritto che comporteranno una sempre maggiore difficoltà, da parte dell’Autorità giudiziaria, di oscuramento, inteso come chiusura totale, di blog e testate on-line.

La Suprema Corte è stata infatti chiamata a pronunciarsi in merito ad una ordinanza del Tribunale del Riesame di Udine, che confermava un provvedimento di sequestro preventivo disposto dal Giudice per Indagini Preliminari del medesimo Tribunale ed avente ad oggetto il sito internet “Ilperbenista.it”.

Il gestore di tale blog era sottoposto ad indagine per il reato di diffamazione aggravata di cui all’art. 595 comma 1 e 3 c.p., in quanto avrebbe pubblicato (rectius permesso la pubblicazione) sul proprio sito una serie di commenti, ritenuti lesivi dell’onore e del decoro dei destinatari, nei confronti di due professionisti. In realtà, le espressioni contestate non erano stati direttamente inseriti dal titolare dello spazio web, bensì erano stati riportati, a commento di un paio di articoli, da parte di due utenti del sito. Confermando il provvedimento, il Riesame aveva argomentato che il sequestro preventivo dell’intero sito ben incarnava un misura cautelare congrua nel caso in esame, in quanto “il sito suddetto costituiva lo strumento mediante il quale i messaggi diffamatori erano stati diffusi, e che quindi, anche in futuro, sarebbe potuto essere utilizzato per il medesimo fine”.

La Corte di Cassazione, investita della questione, ha però annullato senza rinvio l’ordinanza impugnata.

Ponendosi nel solco di una precedente recente pronuncia (Cass. Pen. sez. V, n. 7155/2011, ric. Barbacetto), la Corte ha affermato innanzitutto che, “data la natura stessa del blog quale strumento di diffusione periodica di contenuti informativi e multimediali on-line, un’azione inibitoria generale nei confronti del sito contenente il blog, attuata mediante sequestro preventivo, impedisce al blogger di esprimersi liberamente”. La misura cautelare adottata incide quindi in maniera decisiva sul diritto individuale di espressione, garantito a livello costituzionale dall’art. 21 Cost., ma anche, in ambito sovranazionale, dall’art. 10 CEDU, nonché dall’art. 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Nella scelta della misura cautelare, ammoniscono gli Ermellini, dovranno perciò essere individuate le effettive necessità di imporre di un vincolo così gravoso, in quanto l’interesse costituzionalmente protetto che viene ad essere coinvolto in un caso del genere – la libertà di parola – si caratterizza per un’area di tolleranza costituzionale molto ampia.

Sulla base di queste premesse, aggiunge la Corte, la necessità che l’imposizione della misura sia giustificata da effettiva necessità e da adeguate ragioni. Il che si traduce, in concreto, in una “valutazione della possibile riconducibilità dei fatto all’area del penalmente rilevante e delle esigenze impeditive, tanto serie quanto è vasta l’area della tolleranza costituzionalmente imposta per la libertà di parola”.

Calando i suddetti principi nel caso in di specie, la Suprema Corte ha quindi affermato che, se è pur vero che il sito oggetto di sequestro è stato utilizzato per realizzare delle condotte diffamatorie, non si può desumere da ciò una concreta pericolosità del sito in sé, venendo meno le esigenze cautelari di cui all’art. 274 c.p.p.

Dopo aver richiamato i precedenti arresti giurisprudenziali relativi alla possibilità di sequestro preventivo di un sito web, con i quali era stata più volte affermata la piena compatibilità della misura cautelare con il bene immateriale, “non potendo negarsi che ad un sito internet possa attribuirsi una sua “fisicità”, ovvero una dimensione materiale e concreta”, i Giudici del Supremo Collegio sottolineano la “particolarità del caso in cui il sito sottoposto a sequestro contenga un blog (letteralmente contrazione di web-log, ovvero “diario in rete”), termine con il quale si definisce quel particolare tipo di sito web, gestito da uno o più blogger, che pubblicano, più o meno periodicamente, contenuti multimediali, in forma testuale o in forma di post (concetto assimilabile o avvicinabile ad un articolo di giornale), che vengono visualizzati in ordine cronologica, partendo dal più recente, in funzione del loro carattere di attualità. In caso di sequestro di un blog, l’inibitoria che deriva a tutti gli utenti della rete all’accesso ai contenuti del sito è in grado di alterare la natura e la funzione del sequestro preventivo, perché impedisce al blogger la possibilità di esprimersi”.

La Corte, dunque, ha evidenziato l’importanza, rispetto ai casi in cui la misura cautelare reale cada su di un supporto destinato a comunicare fatti di cronaca ovvero espressioni di critica o ancora denunce su aspetti della vita civile di pubblico interesse, quale appunto un blog di libera informazione, di considerare che il vincolo non incide solamente sul diritto di proprietà del supporto o del mezzo di comunicazione, ma sul diritto di libertà di manifestazione del pensiero.

La portata innovativa della sentenza in commento non si esaurisce soltanto nella valutazione più stringente per quanto riguarda i criteri di individuazione delle misure cautelari nel caso di diffamazione compiuta mediante un sito internet, ma anche perché tale pronuncia afferma l’importanza dello strumento blog, e del suo ruolo, ormai insostituibile, relativamente al diritto di informazione e di libera espressione del pensiero.

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