Il Tribunale di Milano su blog e diffamazione online

autore:

Monica Togliatto

Con sentenza pronunciata in data 19 febbraio 2014 il Tribunale di Milano, Sezione prima, Giudice dott.ssa Flamini, ha condannato il titolare di un blog per aver pubblicato sul medesimo blog e sul proprio sito Internet un articolo, da lui stesso redatto, gravemente diffamatorio e lesivo della reputazione di una multinazionale operante nel settore dell’elettronica.

Nell’aprile 2010 detta multinazionale aveva lanciato sul mercato italiano un nuovo televisore, che consentiva la riproduzione delle immagini e dei colori con grandissima precisione. A distanza di poco tempo dal relativo lancio era comparso sul blog un articolo che evidenziava nel titolo che detto prodotto era “una cagata pazzesca” e che “i produttori di tv raccontano solo stronzate”, articolo pubblicato con il corredo di immagini marcatamente volgari e con contenuti denigratori della tecnologia incorporata nel televisore pubblicizzato.

L’articolo aveva sollevato un enorme dibattito sul blog e pertanto lo stesso risultava visualizzato in posizione privilegiata dai più importanti motori di ricerca.

La società multinazionale aveva diffidato, senza esito, il titolare del blog richiedendo l’immediata cancellazione dell’articolo. Anzi, detta diffida era stata essa stessa altresì pubblicata sul blog e sui social network, alimentando ulteriormente il dibattito e la visibilità dei relativi contenuti. 

In questo quadro, la multinazionale agiva, in sede penale ed in sede civile, nei confronti del titolare del blog, al fine di tutelare l’immagine aziendale e la credibilità dei propri prodotti.

La sentenza oggetto di commento accoglieva le domande della multinazionale, accertando il carattere diffamatorio dell’articolo e condannando il titolare del blog al pagamento in favore della multinazionale di una somma di euro 50.0000,00 oltre interessi dalla data della sentenza al saldo, a titolo risarcitorio del danno non patrimoniale subito. Ordinava altresì la pubblicazione della sentenza per estratto (intestazione e dispositivo) sull’home page del blog e del sito internet personale del suo titolare, a spese di quest’ultimo, con condanna a suo carico al pagamento delle spese processuali.

Osservava il Giudice come “un blog è una sorta di bacheca virtuale dalla quale è possibile esprimere idee, opinioni o fornire notizie nell’ambito di uno spazio di condivisione creato dalla rete” e che, nel caso in esame, lo stesso “… ben lungi dall’assolvere ad una funzione informativa assimilabile a quella della stampa tradizionale, sembra solo il luogo virtuale nel quale, in modo più o meno volgare, i partecipanti si scambiano idee e informazioni”.

Alla luce di tale giudizio, il Tribunale di Milano escludeva che il ruolo del convenuto potesse essere assimilato a quello di un direttore responsabile con obblighi di controllo sugli scritti pubblicati dagli altri partecipanti al blog e con responsabilità a suo carico per i contenuti volgari ed insultanti degli stessi. Riteneva, invece, il convenuto  responsabile in quanto autore dell’articolo diffamatorio, non avendo dimostrato la verità del giudizio prestazionale negativo formulato con riguardo al televisore pubblicizzato ed avendo, in ogni caso, violato il principio di continenza attraverso una forma espressiva (verbale e figurativa) indiscutibilmente volgare ed insultante. 

Osservava il Tribunale di Milano come fossero del tutto inconferenti “… le censure relative al fatto che il requisito della continenza deve essere valutato in modo meno rigoroso quando le notizie sono contenute in un blog, atteso che l’evoluzione della tecnologia, la diffusione di nuovi luoghi virtuali per lo scambio di opinioni ed informazioni non giustifica in alcun modo gli eccessi verbali o figurativi”.

Con riguardo alle richieste risarcitorie formulate dalla multinazionale il Tribunale di Milano riteneva, infine, non provata l’esistenza di danni patrimoniali in capo alla società attrice, stante la visualizzazione dell’articolo ad opera di poco più di 3000 utenti, mentre riteneva sussistente un danno non patrimoniale, non solo per l’oggettiva portata diffamatoria dell’articolo e delle immagini pubblicate, bensì anche per la tipologia di utenti del blog (appassionati di tecnologia) e per l’eco ed il vivace dibattito che era scaturito dalla pubblicazione dell’articolo.

Quanto alla quantificazione del risarcimento, il Tribunale procedeva alla liquidazione del danno nella misura sopra riportata, “tenuto conto della diffusività del mezzo di comunicazione utilizzato per commettere la diffamazione (un blog ed un sito Internet), delle caratteristiche della società attrice (una delle società leader nel settore della tecnologia), delle inevitabili conseguenze sulla reputazione commerciale” della società attrice.

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Banche dati online: EXPO GUIDE sanzionata

autore:

Monica Togliatto

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato le pratiche commerciali scorrette poste in essere da Expo Guide.

La società in questione ha, infatti, registrato nel suo data base i dati relativi a 247.000 società italiane che avevano partecipato ad eventi fieristici, senza alcuna preventiva autorizzazione da parte delle stesse all’utilizzo dei propri dati.

La società Expo Guide inviava poi alle società in questione una comunicazione commerciale in cui si richiedeva di verificare, ed eventualmente rettificare, i dati unilateralmente inseriti nel data base telematico presente sul sito www.expo-guide.com denominato “Guida per fiere ed espositori”.

Ciò, in verità, al solo fine di promuovere la sottoscrizione presso la società contattata di un oneroso abbonamento pluriennale ad un servizio di annunci pubblicitari a pagamento, ottenuta mediante un indebito condizionamento del processo decisionale del destinatario, influenzato dai toni  fortemente intimidatori della comunicazione. Nella richiamata comunicazione si paventava, infatti, alla società contattata  che, in difetto di riscontro e di compilazione del modulo allegato, essa sarebbe stata cancellata dall’evento fieristico prescelto. La minaccia risultava ancora più credibile posto che detta comunicazione risultava inserita in una busta con il logo della manifestazione fieristica a cui la società risultava effettivamente iscritta. E, come evidenziato dall’Autorità, “tanto la mancata partecipazione all’esposizione, quanto la cancellazione dei propri dati aziendali dall’almanacco digitale della fiera o dagli archivi dell’ente organizzatore, anche successivamente all’evento stesso, costituiscono per le microimprese un mancato guadagno, nonché la frustrazione delle aspettative di migliore e più diffusa pubblicizzazione dei propri prodotti e servizi e di aumento della clientela”.

Tale elemento, unitamente alla constatazione dell’erroneità ed incompletezza dei dati riportati nel modulo, induceva il destinatario della comunicazione a rettificare i dati ivi riportati ed a inoltrarli alla Expo Guide. Nel periodo compreso tra gennaio 2012 e giugno 2013, ben 3185 società hanno riscontrato la comunicazione commerciale Expo Guide all’esito della pratica commerciale scorretta sopra descritta.

La richiesta di pagamento della prima rata dei corrispettivi dovuti veniva poi inviata successivamente alla scadenza del termine di esercizio del diritti di ripensamento, onde evitare l’esercizio tempestivo di tale diritto da parte della società che aveva dato riscontro alla precedente comunicazione.

A questo punto scattava una pressante procedura di recupero del credito che si articolava in ripetute diffide, inviate anche tramite società di recupero del credito, con minaccia di ricorso ad azioni giudiziarie.

Tale pratica commerciale è stata giudicata dall’AGCM in violazione degli articoli 20, 24, 25, comma 1, lett. d) ed e), nonché 26, comma 1, lett. f) del Codice del Consumo. A parere dell’Autorità “sia l’espediente della pre-iscrizione non richiesta, che le modalità ed i termini adoperati per veicolare la comunicazione commerciale relativa all’offerta del servizio a pagamento, costituiscono elementi necessari per esercitare un’indebita pressione sul processo decisionale delle microimprese, facendolo sfociare nell’acquisto di un servizio non richiesto di annunci pubblicitari a pagamento”.

Parimenti aggressiva è stata giudicata la pratica di ripetuti invii di solleciti di pagamento ad opera di un apposito ufficio denominato “Reparto legale” e della società di diritto cipriota International Credit Assesment Agency, con richiesta di somme, di volta in volta, incrementate per “Interessi e spese di mora” e con la minaccia di agire giudizialmente per il recupero coattivo del credito con ancora maggiori esborsi.

A fronte di dette pratiche è stata irrogata ad Expo Guide S.C. una sanzione amministrativa pecuniaria di euro 500.000,00. 

Per una lettura integrale della decisione si rinvia al link http://www.agcm.it/trasp-statistiche/doc_download/4097-ps9026-provv-19-feb-2014.html .  

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CGE: Obblighi in tema di contenuti redazionali sponsorizzati

autore:

Monica Togliatto

La Corte di Giustizia, con sentenza del 17 ottobre 2013, si è pronunciata in merito all’interpretazione dell’art. 7 della Direttiva n. 2005/29/CE sulle pratiche commerciali sleali nei confronti dei consumatori (di seguito “Direttiva”) al fine di stabilire se la fattispecie concreta oggetto di esame da parte della Corte potesse essere soggetta a tale richiamata normativa ovvero alla disciplina sulla stampa, contenuta nella legislazione tedesca, finalizzata a proteggere i consumatori da condotte ingannevoli ad a tutelare l’indipendenza delle pubblicazioni.

Nella fattispecie concreta, oggetto della richiamata sentenza, un giornale tedesco aveva pubblicato due articoli redazionali sponsorizzati da marchi famosi (Mercedes, Germanwings), tutti e due contraddistinti dalla dicitura “sponsored by” seguita dal nome del finanziatore, evidenziato con opportuni accorgimenti grafici. Non era, invece, stata riportata, in nessuno dei due articoli, la dicitura “annuncio” prevista dalla normativa tedesca sulla stampa.

Se da un lato, la Direttiva ritiene sufficiente che gli inserzionisti specifichino l’eventuale esistenza di un finanziamento del contenuto redazionale avente lo scopo di promuovere la vendita di un bene e/o di un servizio, dall’altro lato, la normativa sulla stampa sopra citata, nella specie la legge regionale del Baden-Wurttemberg, impone, invece, agli editori, che abbiano ottenuto un corrispettivo per una pubblicazione, di contrassegnare la stessa con il termine specifico  “annuncio” (salvo che la sua collocazione e struttura non ne evidenzi, di per sé, la natura pubblicitaria).

In questo quadro, secondo la Corte di Giustizia, la Direttiva sulle pratiche commerciali sleali non sarebbe applicabile al caso di specie per due ordini di ragioni.

In primo luogo, in quanto la pubblicazione degli articoli da parte dell’editore non ha ad oggetto la promozione del prodotto editoriale, bensì la promozione del prodotto e/o servizio degli inserzionisti (Mercedes, Germanwings).

In secondo luogo, in quanto non si potrebbe comunque ritenere l’applicabilità della Direttiva alle condotte poste in essere dall’editore in rappresentanza degli inserzionisti, non avendo egli, nel caso specifico, operato in nome e per conto delle sopra richiamate società che hanno finanziato gli spazi sponsorizzati. Né può ritenersi a carico dell’editore un obbligo di impedire pratiche commerciali scorrette da parte di soggetti terzi, quali sono gli inserzionisti.

Alla luce di quanto sopra esposto la Corte ritiene, dunque, di risolvere la questione a lei sottoposta dichiarando che la Direttiva non può essere invocata nei confronti degli editori, “… di modo che, in tali circostanze, la direttiva stessa va interpretata nel senso che non osta all’applicazione di una disposizione nazionale a termini della quale tali editori sono tenuti ad apporre una dicitura specifica, nella specie il termine “annuncio” (“Anzeige”), sulle pubblicazioni nei loro periodici per le quali essi percepiscono un corrispettivo, a meno che la collocazione o la struttura della pubblicazione non consenta, in linea generale, di riconoscere il carattere pubblicitario” .

In conclusione, non avendo l’Unione europea ancora regolamentato il settore dei cosiddetti “redazionali” che promuovono prodotti e /o servizi presso il pubblico dei consumatori, ogni Stato può disciplinare autonomamente tale settore ed il divieto imposto ai giornali tedeschi di pubblicare contenuti sponsorizzati senza riportare espressamente la dicitura “annuncio” non viola, in linea di principio, il diritto dell’Unione.

Per una lettura integrale della decisione si rinvia al sito

http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:62012CJ0391:IT:HTML

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