2014 – L’anno del cybercrime

La violazione dei sistemi informatici e la sottrazione dei dati, secondo la stampa statunitense e non solo, è stata la grande "peste" del 2014. Un fenomeno che si è sviluppato sempre di più, coinvolgendo società private e pubbliche, singoli cittadini e comunità informatiche.

Quello che ci preoccupa maggiormente è la sottovalutazione che regna in Italia e in Europa su questo nuovo tipo di crimini dai risvolti potenzialmente distruttivi per la nostra convivenza.

Proviamo a fare il punto della situazione partendo da alcuni report pubblicati in chiusura di anno da alcune testate americane e arabe.

I casi più eclatanti di violazione dei dati aziendali da parte di hacker nel 2014 sono stati, in sequenza: febbraio, la Neiman Marcus subisce il furto di 350.000 carte di credito di cui 9.000 utilizzate fraudolentemente dagli hacker; maggio, Ebay viene attaccata ed espropriata di 145 milioni di registered account; luglio, Goodwill Industries, un'altra società operante nel credito al consumo, si vede sottrarre in qualche minuto 868.000 carte di credito/debito in parte riutilizzate dagli assalitori; agosto, la famosissima JPMorganChase ,sotto attacco, perde 76 milioni di numeri telefonici e di indirizzi mail di clienti e 7 milioni di indirizzi di small businesses; settembre, gli hacker "rubano" al colosso dell'arredamento americano Home Depot i dati di 56 milioni di carte di credito e gli indirizzi email di 53 milioni di clienti; a novembre la società Target subisce il furto dei dati di 40 milioni di carte di credito/debito e di 70 milioni di indirizzi di clienti; infine a dicembre la Sony Pictures è protagonista di un assalto di cybercriminali che assume risonanza mondiale in relazione al film satirico sul leader della Corea del Sud, prodotto appunto da Sony.

Insomma, un bollettino di guerra vero e proprio, pur limitandoci soltanto ad elencare i casi più noti che hanno colpito grandi multinazionali. Come si può notare, sono sostanzialmente due gli obbiettivi dei ladri del cyberspazio: impossessarsi dei dati dei clienti e dei dati relativi alle carte di credito. Bisogna poi distinguere tra gli hackers che mirano a realizzare un business, seppur illecito, acquisendo strumenti che significano "denaro" come le carte di credito o potenzialità di guadagno come i dati anagrafici dei clienti delle grandi corporation, e gli hackers che invece si divertono a creare un baco nel sistema informatico delle società per godersi lo spettacolo delle sgomente reazioni degli assaliti o per puro narcisismo o senso di potere....per aver violato la sicurezza dei colossi dell'economia mondiale.

In ogni caso il fenomeno è in drammatica evoluzione e i dati statistici sono impressionanti. Secondo un report della Kaspersky Lab and B2B International, pubblicato sul quotidiano Gulf News del 26 dicembre 2014, il 51% delle società finanziarie operanti nei paesi del Golfo hanno subito nel corso dell'ultimo anno un cyber-attacco e nel 10% dei casi hanno perduto denaro come conseguenza di tale attacco.

In base alla nostra esperienza, in Italia le aziende stanno sottovalutando questo rischio e un po' per miopia, un po' per risparmiare dei soldi in un momento economicamente delicato, evitano di fare investimenti nel loro sistema di sicurezza anti hackers. Non esiste la consapevolezza che il furto di dati possa compromettere molti settori aziendali di vitale importanza, come la proprietà intellettuale, la fidelizzazione dei clienti, la continuità nell’erogazione dei servizi. Insomma il core business dell’impresa.

Il report della società Kaspersky evidenzia che soltanto Cina, Hong Kong, Olanda, Singapore e USA hanno acquisito generalmente una maturità e consapevolezza della problematica, adottando rimedi adeguati. Tutti gli altri paesi sono molto più indietro.

Il miglior consiglio che i massimi esperti di sicurezza informatica danno oggi agli imprenditori e di fare del loro meglio per implementare le difese contro gli attacchi informatici, mappando il rischio per poi condividere una strategia difensiva con professionisti preparati per queste nuove e semisconosciute attività criminali. Occorre immaginare diversi livelli di difesa che toccano tutte le aree tecnologiche a rischio dai computer agli smart phone ad ogni tecnologia esistente in azienda.

Iniziamo dunque il nuovo anno inserendo nelle priorità da affrontare e risolvere, ciascuno ad un diverso livello di sicurezza e complessità, questa nuova e spinosa problematica, potenzialmente in grado di distruggere asset aziendali costruiti con la fatica e il lavoro di anni.

Riccardo Rossotto

 

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BUON 2015! UN VADEMECUM PER DIVENTARE OTTIMISTI

Il realismo della ragione o l'ottimismo della speranza? Il dilemma si dipana di fronte ai nostri occhi, bisognosi di rivedere la luce in fondo al tunnel ma timorosi che tale momento non sia ancora arrivato. Amareggia pensare che gli americani (per una volta meno miopi e neofiti di noi europei) abbiano ripreso la marcia della crescita con i macro indici economici tutti di segno positivo mentre il nostro Paese è agli ultimi posti, in pessima compagnia, tra i membri dell'Unione Europea, con un bel segno meno sulla chiusura del 2014 e sulle previsioni del 2015.

Che fare? Come reagire ad una deriva depressiva che rischia di diventare un ulteriore volano negativo del ciclo economico? Il Censis ha fotografato lucidamente e cinicamente lo stato psicologico degli italiani in questi ultimi giorni dell'anno: poche speranze di un futuro roseo, pessimismo cronico latente, blocco quasi totale delle spese e degli investimenti nell'incertezza di cosa potrebbe accadere a breve.

Abbiamo allora deciso di non arrenderci e di provare a stilare una lista di 10 punti che dovrebbero stimolarci a ragionare in senso positivo, magari anche sull'onda dell'emotività.

Un ragionamento improntato a guardare il bicchiere mezzo pieno ignorando, almeno per un momento, quello mezzo vuoto.

Eccovi dunque, cari amici di RepMag, il Vademecum per smetterla di piangerci addosso e per tirarci su le maniche  e ricominciare ad affrontare le difficili sfide che abbiamo davanti consci di vivere in un Paese bizzarro e davvero peculiare ma in possesso di tutti i requisiti per farcela.

A patto che.... a patto che alle  parole seguano davvero i fatti, distinti e distanti da quelli degli ultimi venti-venticinque anni, consapevoli che soltanto con uno scatto, anche etico, corale potremo ridare ai nostri figli e nipoti una parvenza di speranza concreta di rimanere a vivere in quello che veniva chiamato un tempo "il Paese più bello del mondo".

1- Nonostante la fotografia del Censis e l'immagine del Paese che scaturisce dalle prime pagine dei giornali in questo dicembre 2014, la maggioranza di noi è migliore di quanto si pensi. Forse ci siamo un po' impigriti, forse ci siamo lasciati andare a derive egoistiche, miopi e non solidali. Nel complesso però, pur stanchi, invecchiati e meno creativi di un tempo, abbiamo conservato ampie riserve di virtuosa determinazione e serietà che, proprio in questi anni difficili, ci stanno consentendo di resistere e ci devono far sperare. Bisogna innescare un effetto domino positivo che inverta il trend e ci rifaccia ripartire con volontà e determinazione nonostante la complessità del contesto economico mondiale. La ripartenza deve avvenire con due obbiettivi prioritari: il ripristino di una educazione civica in senso lato e la riduzione della forbice esistente tra ricchi e poveri.

2- Gli italiani, quando chiamati da emergenze varie, interne o esterne, a dimostrare la loro generosità non sono mai mancati all'appuntamento. Basta guardarsi intorno per constatare quanti siano i volontari che, in via sussidiaria rispetto ad uno Stato che sta arretrando in termini di welfare, si adoperano per offrire ugualmente una parvenza di qualità di vita ai meno fortunati. Ecco un esempio dal quale partire per sentirci migliori e potenzialmente idonei allo scarto di virtù. Basta crederci e basta volerlo...abbiamo tutti i requisiti per farlo.

3- Ci siamo accorti negli ultimi anni che "il film" della nostra convivenza tra cittadini doveva cambiare sceneggiatura. Le vacche grasse erano finite e, con fatica e ...ovvia resistenza, dovevamo cambiare modalità di vita, non solo economica ma anche sociale. Oggi abbiamo la consapevolezza di aver toccato "quasi" il fondo e che sia necessario ripartire con sacrifici e passione. La classe politica deve tenerne conto perché questo è uno stato d'animo che, se deluso, porta alla irreversibile perdita di speranze per il futuro.

4- Il nostro giovane Presidente del Consiglio ha colto questo "attimo fuggente" ma rischia di farsi avvolgere dalla melassa delle caste e delle corporazioni. Criticandolo costruttivamente, sempre e su ogni cosa che non ci convinca, dobbiamo però aiutarlo, anche psicologicamente ad andare avanti nella sua mission...proprio perché non diventi ...impossible.

5- Storicamente siamo considerati il Paese dei mille comuni e dei mille campanili. Una straordinaria varietà di tradizioni, culture e storie che rende l'Italia unica e affascinante per il visitatore straniero. Oggi pero' bisogna invertire il format: convincerci che il frazionismo e il pensare che "piccolo è bello" ci butta fuori dal mercato globale, ci rende marginali e non competitivi. Dobbiamo riuscire a conservare le nostre tradizioni coniugandole con una nuova cultura di sistema, fare Rete. Soltanto così possiamo davvero valorizzare il nostro patrimonio ridiventando competitivi in un villaggio globale che ci ama, ci invidia e non vede l'ora di visitarci o comprare i nostri prodotti o servizi. Bisogna però "esserci" nel mondo e tale presenza non può essere fatta soltanto da migliaia di singoli, anche se straordinari, imprenditori solitari e individualisti. Soltanto facendo sistema possiamo dire la nostra, piantare la nostra bandiera, valorizzare la "Italian Beauty".

6- La conservazione ma soprattutto la valorizzazione del nostro patrimonio artistico e culturale è un passaggio vitale della nostra speranza di tornare a crescere. Il 92% dei cittadini del mondo afferma pubblicamente che vorrebbe venire in Italia a visitarla ma...soltanto il 5% realizza però il suo sogno. Come intercettare questo enorme target mondiale che non vede l'ora di ricevere un’offerta, economicamente adeguata, per poter coronare il sogno di venire in Italia, vedere i suoi tesori e gustare la sua cucina? Attraverso una narrazione diversa della Italian Beauty, più moderna e più incisiva, raccontata da professionisti che sappiano valorizzare adeguatamente un patrimonio che abbiamo gestito fino ad ora pigramente all'insegna dell'adagio .."tanto gli stranieri devono venire qui per vedere il Colosseo...!". Così abbiamo perso quote di mercato e oggi vivacchiamo nell'industria turistica mondiale dietro paesi con molte meno risorse di noi. Il ministro Franceschini, conscio di questa sfida decisiva, sta mettendo mano alla riforma del Mibact; un ministero che dovrebbe non solo avere budget di spesa ma diventare uno dei driver della nostra politica economica e che invece svolge un ruolo marginalissimo. Aiutiamo il ministro in questo suo compito spinoso ma determinante, anche in termini occupazionali, per il nostro futuro. Cultura e turismo non sono una accoppiata blasfema e puramente di marketing ma una leva di creazione di ricchezza inimmaginabile, come ci dimostrano molti paesi di cultura anglosassone. Usciamo dallo snobismo delle accademie ed entriamo, a pieno titolo, nel novero dei Paesi che sanno valorizzare il proprio passato, la propria posizione geografica e le proprie tradizioni culinarie per offrire a tutto il mondo la possibilità di godersele.

8- Siamo esportatori  naturali ed istintivi: la conquista dei mercati esteri è nel DNA dei nostri imprenditori, grandi e piccoli. Dobbiamo concentrarci su tale filone costruendo, con le minori risorse pubbliche esistenti, reali incentivi di sistema per aiutare i nostri coraggiosi ambasciatori industriali e commerciali della nostra Italian Beauty. Basta carrozzoni pubblici costosi e inefficienti: valorizziamo, ad esempio, le competenze ed esperienze di tutta una fascia generazionale di cinquantenni rimasti drammaticamente senza lavoro, coinvolgendoli in progetti di tutoraggio e supporto alle nostre PMI che si internazionalizzano. Anche qui fare sistema è decisivo. Il frazionismo e gli individualismo sono un tappo alla nostra necessaria competitività internazionale.

9- La presidenza Draghi alla Banca Europea è stata per noi, senza scorciatoie o privilegi, fondamentale per gestire gli ultimi due, terribili anni dal punto di vista dei conti pubblici del nostro stato. Valorizziamo la presenza di questo autorevolissimo italiano, seduto dietro la scrivania più importante della governance economica europea, per offrirgli l'opportunità di non doversi scusare delle nostre bizzarrie o instabilità politiche e imprenditoriali. Può (come ha già dimostrato di poter fare senza concederci nessun privilegio) darci una grossa mano anche in termini reputazionali nelle sedi istituzionali di tutto il mondo. Aiutiamolo ad aiutarci!

10- Last but not least, Papa Francesco. Sfogliando la stampa internazionale di questi ultimi e tristi giorni dell'anno che se ne va, le uniche citazioni del nostro Paese riguardano proprio gli interventi e le decisioni assunte dal Santo Padre. Abbiamo la fortuna che ami l'Italia e gli italiani nonostante il loro cattolicesimo vissuto "un pò alla buona". Dovremmo farlo diventare, con tutto il dovuto rispetto, il nostro miglior ambasciatore nel mondo, non solo dei cristiani ma di tutti i cittadini del villaggio globale. La narrazione semplice, chiara, ma terribilmente precisa di Papa Francesco induce tutti ad uno spietato esame di coscienza sul come ci siamo ridotti...tutti salvo poche eccezioni. Bene, credenti o no, ripartiamo da lì, con modestia, determinazione, passione ed energia per riscoprire quei valori e principi che hanno reso famosi nel mondo i nostri nonni e i nostri papà soltanto cinquant'anni orsono. La catechesi di Francesco è un supporto straordinario alla ripartenza dell'Italia.

Buon 2015 a tutti

Riccardo Rossotto

 

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A lunch with… Paolina Testa

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Riccardo Rossotto

Ha salvato famose campagne pubblicitarie a rischio di condanna; ha fatto inibire messaggi pubblicitari potenzialmente… ma non sempre, in contrasto con il Codice della pubblicità. Mai sopra le righe. Sempre con stile, passione, rigorosità: sempre con il rispetto degli avversari e del collegio giudicante. "Credo che lo stile, la correttezza il rispetto dei colleghi - ci racconta l'avvocato Paolina Testa, uno degli specialisti più noti nel mondo della comunicazione, l'allieva del famoso avvocato Maurizio Fusi, il primo che intuì, studiò e sviluppò il cosiddetto diritto della pubblicità nel nostro Paese - sia fondamentale nel nostro mestiere. Se no, l'imbarbarimento delle relazioni umane e professionali renderebbe la gestione della giustizia in Italia ancora più complessa di quello che è".

Abbiamo fatto una lunga e interessante chiacchierata con Paolina (ci conosciamo ormai da tanti anni e sarebbe paradossale chiamarla "avvocato Testa" e darle del Lei) al Ristorante Tokio Fish di Milano, via De Amicis, il suo luogo preferito per gustare la cucina giapponese coniugata con i sapori e le tradizioni mediterranee: "Per noi, in famiglia, è un’abitudine e una festa fare un salto da Giorgio per un piatto di sushi annegato in un bicchiere di Greco di Tufo. La combinazione della tradizione giapponese con la cucina italiana è vincente e ormai ha successo in tutto il mondo: Giorgio è un autentico asso in materia”. 

Il nostro confronto, per una volta non condizionato da un contenzioso che ci vede contrapposti...as usual, ha divagato su tante questioni, dai ricordi legati all’inizio della professione alla quotidianità del nostro lavoro; dall'educazione che abbiamo ricevuto dai nostri maestri, alle grandi sfide che attendono i giovani che vogliono affrontare il mestiere di avvocato nel terzo millennio.

Paolina discorre volentieri, ricorda quasi con lo stesso entusiasmo di quei giorni l'opportunità/coincidenza di poter provare ad entrare nello studio del “mitico” Fusi; ti lascia addosso la convinzione che sia riuscita davvero a coronare il grande sogno di tutte le nostre giovinezze, sempre più difficile ai giorni nostri: fare, con passione e felicità, il mestiere che ti piace! Quello che hai sempre sognato di poter fare: "Se no, non riuscirei a tenere il ritmo, a dedicarci tutte le ore della mia giornata che ci dedico". Commenta con un sorriso compiaciuto Paolina.

Com’è iniziato il film della tua carriera? Qual è stato il fil rouge che, ad un certo punto ha condotto una giovinetta di provincia ad entrare nel tempio del diritto della pubblicità italiana?

Paolina ha tutto ben stampato nella mente: un misto di determinazione, impegno e ...fortuna.

“Già perché, una volta laureata in giurisprudenza – ricorda sbocconcellando uno squisito sushi al salmone – alla Scuola Superiore S.Anna, a Pisa, nel 1978, ho iniziato a far pratica da civilista pura in uno studio locale, collaborando anche per due anni con l’Università. Avevo in testa che per crescere dovessi andare in “città”, in un grande centro cittadino ma fu … l’amore a condizionare in maniera virtuosa le mie scelte. Infatti con il mio fidanzato di allora, divenuto poi mio marito, ci spostammo a Milano dove ci sposammo qualche anno dopo”.

E come è entrata nella tua vita la pubblicità?

“Mio padre era un giudice e aveva ovviamente numerosi amici tra gli avvocati di La Spezia dove vivevamo. Uno di essi mi segnalò il suo corrispondente di Milano, appunto l’avvocato Maurizio Fusi. Si offrì di farmi una presentazione. Così da giovane neo-praticante, mi presentai da Fusi convinta di trovarmi di fronte un anziano signore, avvocato della generazione di mio padre: un vecchio saggio, insomma, che mi avrebbe preso per mano in quel difficile start-up professionale. Invece, quella mattina, quando la segretaria di Fusi mi fece accomodare nella sala riunioni, ebbi uno shock: entrò un giovane cinquantenne, dall’aspetto molto giovanile e molto affascinante, ovviamente abbronzatissimo, che iniziò a parlarmi della nostra professione. Pensavo fosse un assistente di Fusi e invece, qualche minuto dopo, scoprii che era proprio lui, l’uomo che avrebbe cambiato i miei destini professionali”.

Già perché Fusi in quei primi anni ’80 era già un “veterano” del diritto della pubblicità: “Aveva già scritto un libro - ricorda Paolina -  aveva partecipato alla costruzione dell’Istituto di Autodisciplina facendo parte del primo Giurì. Io ovviamente non sapevo nulla di pubblicità e promisi che mi sarei messa sotto a studiare fin da subito”.

“A settembre iniziai a lavorare sul serio dopo aver passato un’estate a leggere tutto il leggibile (molto poco) sulla pubblicità e sul diritto della pubblicità. Da quel momento entrai in un mondo magico ed incantato. Venivo dalla provincia e per me la pubblicità era quella di Carosello, della RAI … nulla di più. Incominciai invece, e questa fu un’autentica coincidenza fortunata, a vivere la pubblicità dal di dentro, partecipando alla costruzione delle campagne e affrontando i vari temi collegati alle criticità legali di certi messaggi pubblicitari. Erano gli anni della nascita del fenomeno delle televisioni commerciali: la pubblicità stava esplodendo e Publitalia ’80 stava diventando l’alter ego della Sacis, la mitica concessionaria della RAI, per anni monopolista sostanziale del settore”.

Certo un contesto eccitante ed estremamente sfidante per un giovane avvocato che si approcciava a quel nuovo e affascinante mondo?

“Certo, un periodo esaltante e forse irripetibile. Ricordo che ai tempi della Sacis molti degli inserzionisti preparavano due progetti di campagna pubblicitaria: uno per la più “bacchettona” RAI Sacis l’altro per le televisioni commerciali. Era una svolta non solo comunicazionale ma anche culturale e antropologica. Devo ammetterlo, sono stata fortunata ad iniziare la mia carriera in quel momento storico”.

Qual è il primo caso al Giurì che ricordi?

“Una sconfitta! Fusi si batté come un leone per difendere il principio della proteggibilità di un’idea pubblicitaria. Si trattava di un caso Oran Soda/Lemon Soda contro un terzo che aveva imitato l’idea della umanizzazione della frutta attraverso l’immagine di un bambino che beveva direttamente dal frutto. Il Giurì respinse il nostro ricorso, ma il tema della proteggibilità della campagna pubblicitaria rimase al centro di tutta la giurisprudenza autodisciplinare. Il nostro art. 13 del Codice è infatti molto più rigoroso rispetto alle norme contenute nella legge sul diritto d’autore e a certe condizioni (anteriorità e originalità dell’idea pubblicitaria diffusa) garantisce una tutelabilità al creativo/inserzionista che ha lanciato tale campagna sul mercato”.

Per par conditio, passiamo ad un ricordo positivo, ad una delle tante vostre vittorie autodisciplinari.

“Ricordo, con grande piacere, anche perché ci lavorammo sopra un sacco di tempo, il caso del “uomo in ammollo” del detersivo Bio Presto. Il famoso musicista italiano Cerri, con una camicia piena di macchie,  era calato in una vasca piena d’acqua dove era stato spruzzato il detersivo. Ebbene la rappresentazione visiva dimostrava l’efficacia del prodotto anche contro lo sporco impossibile. Le macchie si dissolvevano completamente. Il ricorso contro tale campagna era stato formulato dal Comitato di Controllo che ravvisava nello spot profili di ingannevolezza per una promessa pubblicitaria esagerata. Ebbene, dopo un’istruttoria lunga e complessa, conclusasi anche, cosa rarissima nell’autodisciplina, con una perizia affidata ad un autorevole istituto esterno, il Giurì assolse il nostro cliente  in quanto, da un lato era stata dimostrata la capacità pulente del prodotto nel rimuovere le macchie e dall’altro era chiara la palese iperbole introdotta dalla rappresentazione del “uomo in ammollo”.

Non ti sei  mai pentita di aver fatto la scelta di una specializzazione di nicchia del nostro mestiere?

“No, mai. E’ stato un grande divertimento che mi ha offerto l’opportunità di seguire vicende interessanti, suggestive, mai noiose. Mi sono specializzata nell’area del diritto industriale pur avendo un confronto molto critico con mio padre che avrebbe voluto vedermi avvocato civilista e generalista. Se non mi fosse piaciuto l’oggetto dell’attività non avrei sicuramente dedicato tanto tempo della mia vita al lavoro”.

Qual è il tuo giudizio sullo stato dell’arte attuale della comunicazione? La crisi ha ridotto sensibilmente gli investimenti e molti protagonisti del settore fanno fatica a resistere sul mercato. In più internet ha rivoluzionato e sta rivoluzionando le regole del gioco aprendo scenari in cui il diritto stenta ad esercitare il suo ruolo di regolatore.

“Condivido la fotografia. La pubblicità online sta cambiando il modo di fare comunicazione sia come contenuti sia soprattutto come nuove modalità di diffusione. L’interattività ci costringe tutti ad una rivoluzione culturale proprio legata al modo con cui confrontarsi con la comunicazione. Le attività di pianificazione e acquisto degli spazi stanno uscendo da vecchi modelli ormai superati e cercano di trovare nuove vie per sfruttare al meglio la tecnologia offerta da internet. Il cantiere è aperto ed è difficile condividere la stesura di regole del gioco che possano avere le caratteristiche della sovra nazionalità e della efficienza/efficacia. La vera sfida è immaginare un grande sistema autodisciplinare mondiale nel quale gli attori principali del settore, quelli seri,  condividano una piattaforma di principi e di regole procedurali che permettano la pronta e immediata repressione di messaggi pubblicitari illeciti realizzati dai gaglioffi. Un’impresa complessa ma che non possiamo esimerci dall’affrontare. L’esperienza dell’autodisciplina italiana può essere molto utile in questo senso”.

Il pranzo va verso la conclusione e sorseggiando il caffè, mi sorge spontanea la domanda con la quale chiudiamo sempre le nostre chiacchierate con i protagonisti del mercato della comunicazione in Italia. 

Che cosa consigli ad un giovane neo laureato in giurisprudenza?

“Semplicemente di individuare un buon maestro e di cercare di andare a lavorare da lui. Di non farsi, se possibile, condizionare dal guadagno immediato, ma di ragionare in termini medio lunghi per acquisire la conoscenza e il sapere. Solo così i nostri ragazzi potranno essere competitivi in Italia e soprattutto nei confronti dei pari età stranieri.  Ultima riflessione: accanto all’apprendimento un buon maestro è anche utile per insegnare non solo il diritto, ma anche il comportamento da tenere con colleghi, giudici e clienti. Un aspetto fondamentale, a mio avviso – conclude Paolina – per svolgere in maniera dignitosa e rispondente alla vera vocazione originaria del nostro mestiere, il ruolo di avvocato nella società moderna”.

Siamo partiti, nella nostra chiacchierata con Paolina, dagli aspetti deontologici, comportamentali.  Non a caso abbiamo concluso la nostra stimolante intervista proprio sugli stessi temi: qui, a nostro parere, sta il nocciolo della sfida del futuro della nostra professione. 

 

 

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