Copyright in Europa: la parola agli user

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Luca Egitto

La Commissione Europea ha recentemente pubblicato il Report sulla Consultazione Pubblica, aperta dal 5 dicembre 2013 al 5 marzo 2014, al fine di rivedere il quadro legislativo dell’Unione Europa che disciplina il copyright e di risolvere i problemi che l’attuale normativa pone al libero flusso delle informazioni e all'accesso alla conoscenza su Internet.

Dopo il Progetto “Licenses for Europe”, la Commissione Europea ha lanciato quest’iniziativa per valutare l'opportunità di proporre nuove leggi sul copyright che sostituiscano l’attuale normativa, spesso accusata di limitare eccessivamente la condivisione di cultura e informazioni, nella sua frammentarietà e scarsa trasparenza, causata dalle numerose differenze nazionali tra Stati Membri.

L’iniziale perplessità di alcune associazioni di consumatori e gruppi di utenti circa l’effettiva fruibilità della Consultazione, composta da 80 quesiti, dal contenuto tecnico e inizialmente disponibili in sola lingua inglese, è stata smentita dall’incredibile afflusso generato, con 9,500 risposte e un totale di 11,000 messaggi, comprensivi di domande, commenti e suggerimenti. La maggioranza delle risposte (58,7%) è giunta da utenti e consumatori, seguiti da autori/performers (24,8%), editori, produttori ed emittenti tv (8,6%), utenti istituzionali (3,2%), altro (2,1%), intermediari, distributori e altri fornitori di servizi (1,2%), Organizzazioni di Gestione Collettiva (1,1%), Stati Membri (0,2%) ed autorità pubbliche (0,1%).

Tale risultato, certamente influenzato dalle numerose iniziative di pubblicizzazione, traduzione e guida alla compilazione del testo, ad opera di associazioni come Fix Copyright!, Creators for Europe and Copywrongs.eu,  tra cui spicca l’apporto della giovane europarlamentare Amelia Andersdotter, esponente del partito pirata (https://ameliaandersdotter.eu/consultazione-pubblica-sul-copyright-guida), è indice dell’innegabile importanza sociale che hanno ormai assunto il web e l’aspettativa di libera fruizione di informazioni sulla rete.

La posizione di utenti e consumatori è degna di essere considerata e brevemente esposta, specialmente poiché da essa rileva la sostanziale inefficienza dell’attuale quadro normativo a regolare un ambito che negli anni ha subito un notevole sviluppo, basti pensare che le leggi EU sul copyright risalgono a periodi antecedenti a Facebook e Youtube.

Innanzitutto, gli utenti lamentano numerose problematiche causate dalle restrizioni all’accesso di siti legate alla localizzazione geografica del proprio indirizzo IP, che si tratti di video su YouTube il cui contenuto sia protetto da copyright e la fruizione arbitrariamente circoscritta ad alcuni paesi, di servizi di video on-demand come Netflix o Hulu non disponibili al di fuori degli Stati Uniti e più in generale di limitazioni all’accesso a contenuto del proprio paese d’origine (anche a pagamento) quando un cittadino tenti di accedervi da un altro stato membro (così come la Rai non disponibile in streaming dall’estero, neanche pagandone il relativo canone).

Inoltre, alcuni consumatori sottolineano come l’automatico reindirizzamento alla versione nazionale di un sito a cui si sta accedendo tramite un altro URL, risulti in un’ingiustificata limitazione alla libertà di scelta ed alla conseguente imposizione, spesso discriminatoria, di prezzi e condizioni legati ad un determinato paese.

Anche la disponibilità degli e-book su Amazon è geografica: alcuni libri sono disponibili su Amazon Italia unicamente nella loro traduzione italiana. Naturalmente esistono delle tecniche per aggirare il problema, come l’utilizzo di server proxy che permettono una navigazione anonima su internet, o affittare un IP che finga di essere negli USA per guardare le serie TV sul sito HBO ad esempio, ma le motivazioni a monte di queste restrizioni, giudicate arbitrarie e controproducenti, appaiono agli utenti del tutto ingiustificate.

I consumatori, facendo anche riferimento al Wittem Project (http://www.copyrightcode.eu/), auspicano ad un’armonizzazione della normativa, capace di eliminare ogni restrizione territoriale e di garantire l’accesso a qualsiasi contenuto online, indifferentemente dalla localizzazione geografica e dalle licenze concesse su base nazionale.

Nella Consultazione sono poi affrontati i diritti di riproduzione delle trasmissioni digitali, con specifico riferimento al principio del making available e ai criteri da utilizzare nella sua valutazione. Anche in questo caso la posizione degli utenti, per quanto varia, può sintetizzarsi in una generale aspirazione all’armonizzazione e alla semplificazione legislativa. Il concetto stesso di making avalaible, previsto all’articolo 8 del Trattato Copyright WIPO, rubricato “Right of communication to the public”, appare oscuro ed indefinito ai più, e viene additato come eccessiva estensione dell’ambito applicativo del copyright. Ai sensi di tale dottrina, viene infatti addebitata la violazione dei diritti di distribuzione anche a coloro che carichino online un contenuto in una cartella di filesharing e che lo rendano così disponibile e scaricabile agli utenti di un network peer-to-peer. Questa impostazione è risultata non è condivisa dalla maggior parte degli utenti che hanno risposto alla consultazione.

Nell’ambito della Consultazione è stato anche affrontato il tema dell’autorizzazione del titolare del diritto d’autore sia per il linking (collegamenti cliccabili “ipertestuali”) che il browsing di contenuti protetti dal diritto d’autore.

La recente sentenza della Corte di Giustizia Europea sul Caso Svensson (C-446/12) pronunciata pochi giorni prima del termine della Consultazione, è stata recepita dagli utenti che ne hanno sottolineato alcune lacune interpretative. Non è infatti chiaro se la persona che “linka” un contenuto su internet sia tenuta a verificarne la legittima disponibilità da parte della pagina internet o meno. Tale responsabilità causerebbe una notevole incertezza giuridica in capo agli utenti e al fine di fugare ogni dubbio non resta che attendere le pronunce di casi simili pendenti di fronte alla Corte Europea come il Caso C More Entertaining (C-279/13) ed il Caso Bestwater (C-348/13).

Quanto al browsing, da parte degli utenti vi è il medesimo approccio permissivo, poiché tale azione viene vista alla stregua di una semplice lettura, che non avrebbe senso limitare in virtù del diritto d’autore.

Confrontando a tal riguardo l’opinione dei consumatori con quella di autori, produttori e distributori, che vorrebbero mantenere un controllo molto forte sui contenuti a discapito dell’immediatezza e gratuità che caratterizza internet, emerge la necessità di ritracciare i confini del concetto di riproduzione e filesharing alla luce della mutata dimensione digitale e della continua evoluzione tecnologica e del mercato.

Infine, un ulteriore tema affrontato con grande interesse da utenti e consumator è quello del download e della libera disposizione del proprio contenuto digitale, in cui emerge la frustrazione degli utenti legata alla disparità di trattamento ravvisabile tra il supporto fisico e quello digitale. Spesso il prezzo non cambia in base al tipo di supporto, eppure l’uso concreto del prodotto digitale (e-book, file videogame o audio) risulta fortemente limitato: la sua circolazione è impossibile o particolarmente ardua, così come lo è la rivendita, poiché non esiste un vero e proprio mercato secondario di file digitali.

Dal Report sulla Consultazione Pubblica emergono chiaramente le distinte posizioni, spesso confliggenti, dei diversi portatori di interessi, eppure la vasta maggioranza degli utenti converge a favore dell’idea di una normativa copyright comune a tutti gli Stati Membri dell’Unione Europea; sarà interessante vedere come tutti questi input verranno recepiti dal Legislatore Comunitario.

 

Testo della Consultazione Pubblica

http://ec.europa.eu/internal_market/consultations/2013/copyright-rules/docs/consultation-document_en.pdf

Report sulla Consultazione Pubblica

http://ec.europa.eu/internal_market/consultations/2013/copyright-rules/docs/contributions/consultation-report_en.pdf

Progetto “Licenses for Europe”

http://ec.europa.eu/internal_market/copyright/licensing-europe/index_en.htm

Sentenza del 13 Febbraio 2014 della Corte di Giustizia Europea C-446/12, Case Svensson

http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?text=&docid=147847&pageIndex=0&doclang=IT&mode=lst&dir=&occ=first&part=1&cid=95846

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A lunch with... Leonardo Chiariglione

autore:

Riccardo Rossotto

Dopo aver sentito da Leonardo Chiariglione una serie di riflessioni sul tema “innovazione tecnologica e diritto d’autore” abbiamo ritenuto opportuno approfondire con lui alcuni temi di grande attualità nel mondo del web. Lo abbiamo incontrato “davanti a un caminetto” per cercare di capire un po’ meglio e un po’ più in profondità quali siano i pregi di questa straordinaria ma forse troppo rapida evoluzione della tecnologia della rete e quali le sue criticità.
Leonardo Chiariglione, in tutti i consessi nazionali ed internazionali, ha sempre cercato di rivestire il ruolo di “facilitatore” del dialogo tra i fondamentalisti della difesa del copyright e i fondamentalisti dell’open source. La nostra chiaccherata è partita proprio da lì e cioè dalla riflessione su come mai le due posizioni non riescano ad uscire da una rigidità filosofica che non aiuta l’industria a trovare una soluzione mediana virtuosa sia per i consumatori sia per i titolari di opere protette sia, soprattutto, per i giudici che devono ogni volta valutare fattispecie sempre più complesse e quindi dall’incerto finale.

(di seguito, la sigla “RR” corrisponde a Riccardo Rossotto, mentre “LC” sta per “Leonardo Chiariglione”). 

 

RR: “Allora Leonardo, perché questa difficoltà di individuare con lucidità e lungimiranza una via mediana tra  i due estremismi?”
LC: “Io direi che non sarebbe giusto dare la colpa solo a una delle due parti, sarebbe meglio interrogarsi sul perché, nella società in cui viviamo, la durata della tutela del copyright è passata dai 14 anni, rinnovabili una volta, del Queen Ann’s Act ai 100 e passa anni di oggi. Perché è successo? E’ successo perché c’è stato un processo legislativo che ha consentito di partire da 14 anni e arrivare non si sa dove, il che non è necessariamente un male. Lo è se questo processo, che sembra non porre mai un limite all’aumento della durata della protezione del copyright avviene senza una ratifica della Società. La conseguenza di questo processo è la progressiva scomparsa di contenuti di pubblico dominio. Da un certo punto di vista sono anche disposto a trattare su questo punto, tuttavia è la collettività dei soggetti interessati a questa tematica che deve cercare di dare una risposta progettuale a questa open issue piuttosto che non limitarsi dare colpe a chi tutela i propri interessi, dall’una o dall’altra parte.”
RR: “Quindi secondo te c’è un eccesso di protezione in termini quantitativi e questo eccesso si è consolidato negli anni. La rivisitazione e la possibile mediazione passa attraverso una disponibilità non solo del legislatore ma anche dell’industria a rinunciare a una parte di questo periodo di protezione. Su tale ragionamento ti seguo e, in qualche misura, ti capisco e condivido il tuo approccio. Quello che mi preoccupa di più culturalmente però è che un singolo che cammina per la strada ed entra in un negozio non può pretendere di prendere un capo di abbigliamento e uscire senza pagare. Per le nuove generazioni,  invece, sembra non esserci alcuna remora ad appropriarsi illecitamente di tutto quello che si trova in Rete.”
LC “Sul primo punto preciso che prima di tutto ci dobbiamo porre il problema delle regole generali che ci governano. Il decidere se è accettabile per la Società che un contenuto abbia protezione illimitata nel tempo è un questione che va decisa dalla Società, non è corretto lasciarlo alla quotidianità delle riunioni parlamentari che non fanno altro che passare da un incremento di durata all’altro. Sul secondo punto io sono terribilmente sensibile per il fatto che sono anni, almeno da quando ero Executive Director della Secure Digital Music Initiative, che dico: “se lasciate crescere tutta questa gioventù con la possibilità di appropriarsi di quello che oggettivamente è proprietà di altri alla fine creerete un consenso diffuso sul fatto che questi contenuti siano liberamente fruibili. La responsabilità è sì dei giovani che commettono questi atti ma è anche vostra, che dovete trovare un sistema che non sia solo portare in tribunale John Doe (nel lessico americano ….. il “Chiunque”) per avere scaricato 100mila canzoni”
RR: “Cosa ne diresti di una soluzione ragionevolmente basata su un triangolo di questo genere: diminuzione della durata, definizione di criteri per l’individuazione di opere che debbano prioritariamente cadere in pubblico dominio e riduzione a costi accessibili – a forfait ad esempio - del corrispettivo per uso privato di opere protette?”
LC “Sono disposto a sottoscrivere una proposta di questo tipo perché ricalca la strada già suggerita da me in passato relativamente agli alternative compensation systems. E’ una signora strada! Togliamo via tutta la complessità della protezione e della monetizzazione delle opere dicendo che i contenuti sono disponibili, e, come si paga una tassa per avere le strade asfaltate, si paga una tassa/costo per accedere ad un bene comune i cui produttori devono essere remunerati. Però questo è facile da dirsi ma non a farsi. E’ facile essere d’accordo sul principio, ma il lato pratico rischia di essere difficoltoso se non concordiamo su come superare la prassi odierna della SIAE, che premia chi ha già successo e trascura i piccoli cantanti. La remunerazione del produttore dell’opera che ha avuto un 1milione di hit rispetto a quello che ha avuto 10hit deve passare dal principio che dev’esserci un contatore, che non vedo come possa essere altrimenti che “tecnologico”,  per misurare l’effettivo utilizzo di queste opere il cui responso che sia accettato dalle parti”.
RR “Avendo raggiunto un apparente condivisione su un ipotesi di soluzione, con le complessità che essa comporta, l’occasione è troppo ghiotta per non capire meglio cosa tu intenda per contatore tecnologico.”
LC “Sul contatore sicuramente d’accordo non lo saremo….. in prima istanza, ma ne parleremo un'altra volta”.
RR “Allora promesso! La prossima volta ci spiegherai qual è la tua idea sul contatore e su come tale strumento potrebbe essere quello ideale per realizzare la rivoluzionaria ipotesi di condivisione di una soluzione tecnico-giuridica che possa andare bene sia ai titolari di diritti d’autore sia ai sostenitori del “sapere libero”.
RR: “Completiamo questa chiaccherata con due riflessioni sul caso Facebook. Grande attesa, una quotazione record alla vigilia, poi il tonfo: le cause legali, la diminuzione degli utenti, i primi inserzionisti che abbandonano il più famoso social network del mondo. Cosa sta succedendo? Da notizie interne all’industria pare che Facebook sia condannato a cambiare se non vuole tramontare dal punto di vista operativo o commerciale.”
LC: “E’ un affermazione parecchio dura, ad oggi non riesco a sottoscriverla. Non so se sia un problema di piattaforma quanto di modello di business. Se il signor Zuckerberg ha la possibilità di vedere ciò che le persone si scambiano e sulla base di questo fare delle analisi che aiutino la redditività della sua azienda, è probabile che il modello Facebook sia valido”
RR “Il patrimonio che vedi collegato, l’asset intangibile di Facebook, è l’insieme dei dati trasferiti tra gli utenti, che attribuisce al titolare della piattaforma due privilegi, uno è quello di avere i dati in quanto tali, l’altro di poterli vendere decodificati: questo è il valore. Ma tutto ciò è lecito?”.
LC “Si, infatti, io come cittadino potrei contestare questa prerogativa, poiché il titolare della piattaforma sa diverse cose di me che io preferirei non fossero utilizzate. La Società ci mette ere geologiche per comprendere l’impatto di alcune iniziative commerciali, però quando se ne accorge potrebbe distruggere ciò che ad oggi è un validissimo modello. Questo è il rischio di Facebook e dei modelli di business impostati in modo analogo”.
RR “Ti propongo una riflessione su questo tema, che impatta ovviamente sulla questione privacy. Ogni volta che sono introdotte norme a tutela della privacy il mercato le vive come un eccesso di burocrazia, un costo improduttivo che genera ostilità nei confronti dell’intera normativa a tutela dei dati personali. Lancio una provocazione: perché è riconosciuto un valore patrimoniale intrinseco alla mia opera dell’ingegno ma non si fa la stessa cosa sui dati che riguardano, oltre che la mia persona, anche la mia personalità, i miei gusti,  i miei orientamenti, così che il loro utilizzo debba sempre ritenersi dotato di significato economico?
LC “Vediamo se ho capito: se io sono autore di un opera, io deliberatamente decido di condividere il prodotto della mia mente per qualsiasi fine. Se io decido di mettere a disposizione le mie preferenze, posso farlo solo se ho un incentivo economico, un beneficio tutto mio”
RR “secondo me sono diritti analoghi. Secondo questa impostazione la tutela della privacy diverrebbe quindi non solo burocrazia allo stato puro ma anche protezione di un bene patrimoniale personale, economicamente monetizzabile”
LC “E’ chiaro che se noi continuiamo a comunicare con i piccioni viaggiatori abbiamo un costo, ma oggi abbiamo strumenti più moderni ed efficienti che consentono di attuare la tutela della privacy in modo inexpensive“
RR “L’esecuzione degli obblighi in materia di privacy in maniera efficiente e non onerosa è l’argomento più delicato nell’ambito dell’implementazione della direttiva privacy per ciò che concerne l’online behavioural advertising, che richiede - a tutela degli utenti - una manifestazione di consenso informato e preventivo al tracciamento della loro navigazione a fronte di una informazione graficamente chiara e comprensibile e di un meccanismo autorizzativo semplice e fruibile dal punto di vista tecnico in qualsiasi stadio della navigazione”
LC “Con la differenza che questo caso - che se implementato porterebbe a mio avviso ad un enorme progresso – è molto più semplice di quello che Zuckerberg deve gestire. Dobbiamo creare una macchina che abbia il potenziale di servire l’umanità – com’è internet oggi – coniugato con la flessibilità necessaria per consentire all’utente di autorizzare di volta in volta il trattamento del dato personale senza che questo sia vissuto come un intralcio alla navigazione”
RR “Questo tipo di riflessioni mi portano solitamente ad una serie di conclusioni, assolutamente soggettive. E’ nell’animo umano (“stessa spiaggia stesso mare”) tornare dove si è stati bene. E’ naturale quindi autorizzare il fornitore di cui mi fido a profilare la mia navigazione. Ma questo non può mai essere interpretato come una autorizzazione a profilarmi sistematicamente, a bombardarmi di pop-ups o peggio a vendere i dati della mia navigazione”

Ma su questo tema, come su molti altri, torneremo su uno dei prossimi numeri di R&P Mag.

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European Court of Justice – UsedSoft GmbH v Oracle International Corp

autore:

La redazione

“I have a daughter (have while she is mine),” said Polonius. Apparently, the same may be said of downloaded software after the recent ruling by the European Court of Justice in UsedSoft GmbH v Oracle International Corp. (Case C‑128/11, judgment of July 3, 2012).
The issue was well-known. When we buy a book, we may read it, copy it or sell it. But when we buy and download software, the license agreement frequently states that we cannot resell it. Moreover, the software company typically offers extensive after-sale support, including major updates. As a result, after paying for a program we are willing to stick with it: doing otherwise would be prohibitively expensive, when comparing the costs of acquiring similar software with the sunk costs of the software we already have.
But our books we may always sell. Some books include certain restrictions, such as “This book is sold subject to the condition that it shall not, by way of trade or otherwise, be lent, re-sold, hired or otherwise circulated without the publisher’s prior consent in any form of binding or cover other than that in which it is published and without a similar condition including this condition being imposed on the subsequent purchaser.” Yet, no publisher or bookseller may prohibit resale of a book. Lawyers call this notion “exhaustion of copyright.” Once a book, compact disc or other copy of a work is lawfully sold to Polonius, Polonius has the book (has while it is his) and may freely sell it without violating any copyright, because the copyright was exhausted when he bought the book.
When we buy and download a program from the Internet, we do not obtain any physical copy of the program. Hence, there used to be a strong view that there is no exhaustion of copyright when buying programs online (downloading a file, rather than buying a CD-ROM or DVD containing the program). The prevailing view was that a license for a downloaded program may be non-transferable. Such provisions were commonly used in licenses from the owner of the software to the purchaser when the purchaser ticked “Accept terms and conditions” and then clicked “Download.”
The ECJ has now wiped out this distinction between tangible and digital copies of software. Downloading of a program and conclusion of a license agreement, the judges held, “form an indivisible whole.” When the license is for an unlimited period and for a fee, this whole amounts to the sale of a copy of the program, just like the sale of a book. This is because there is an exchange of a copy in consideration of the fee. This led to the conclusion that a digital, intangible copy with a license for an unlimited period may be resold. The right of resale must not be excluded in the license agreement, and any terms to this effect are null and void.
The court went even further. It ruled that maintenance of software, provided for a license fee, changes the copy already sold so that all alterations form a part of the copy. This has two important consequences. First, an agreement for maintenance services does not affect the possibility of reselling the software. Second, any patches or updates provided under the maintenance are also exhausted and are traded with the original copy.
The ECJ ruled therefore that when reselling a program, the previous owner should make the original copy unusable (most likely by uninstalling it altogether). The new acquirer is allowed to download another copy from the copyright holder’s website, and use it on the acquirer’s own computer. It remains to be seen whether the distributor may prevent exercise of this right.
There are two main restrictions on resale imposed by the ECJ ruling. First, in the case of a multiuser license, the licensee is not allowed to divide the original license and sell the program for each workstation to separate users. The licensee may only sell the whole package to one buyer. Second, the distributor may take measures to ensure that a given copy is not used simultaneously by the original buyer and a subsequent buyer. This may include product keys or other measures assuring that a copy is used by only one user at a time.
The UsedSoft judgment is one of a series in which the ECJ has adapted intellectual property law to suit the changing reality of contemporary life online. It promotes the common sense notion of having something while we have it, instead of using something borrowed under a license agreement. The court noted particularly that “from an economic point of view, the sale of a computer program on CD-ROM or DVD and the sale of a program by downloading from the internet are similar. The on-line transmission method is the functional equivalent of the supply of a material medium.”
It is tempting to say that in this case the outlook of consumers prevailed over corporate interests. But in fact the UsedSoft ruling was issued in a case between two businesses: one producing software and the other reselling it. Further, the possibility of reselling programs that are no longer needed may be a boon to SMEs and also effectively reduce the commitment cost of investing in new software.
But some issues are left unresolved. The court was silent on mp3 files, e-books and all things digital that are not software. Surely, all these fell outside the scope of the case, but from a court so plucky as the ECJ one would nevertheless expect more general guidance. If one were to speculate, an educated guess would be that the court will expand its holding to cover all computer files.
There remains another problem, however, that is even harder to solve. The ECJ held that by selling a copy of software, the user is selling its license. The notion of exhaustion of copyright seems irreconcilable with the notion of transferring a license. These two notions were merged by the ECJ when it said that because of exhaustion a license may be transferred. The problem is that a license is a legal relationship, usually arising out of a contract, not necessitated by possession of a copy of the licensed work. In particular, a license for an unlimited period may be terminated. This leaves any acquirer of a copy at the mercy of the copyright holder. It is yet to be seen whether the law will force copyright holders to be merciful.

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