Fotografarsi con un'opera d’arte viola il diritto d’autore?

autore:

Luigi Macioce

La recente decisione della National Gallery di Londra di permettere liberamente l’uso degli smartphones all’interno della sua esposizione permanente consentendo ai visitatori di scattare foto dei dipinti della collezione o più verosimilmente di ritrarsi accanto ai dipinti della collezione (i c.d. “selfie”) sta generando seri dibattiti nel Regno Unito. Il tema per il diritto dell’arte nel mondo regolato dalla common law sembra essere particolarmente sensibile in quanto il diritto di riproduzione dell’opera, esprime il nucleo essenziale del copyright e il più significativo dei diritti di sfruttamento economico, sia quelli propri dell’artista che ha creato l’opera sia di chi espone l’opera dopo averla acquistata o ricevuta dall’artista (o ha comunque ottenuto un diritto illimitato di esporre l’opera stessa  che permette di includerla nella propria “permanente”). Dove o quale sia il confine tra libero utilizzo (free-sharing) di una immagine scattata all’interno di una esposizione è pertanto cruciale per stabilire quale sia l’utilizzo consentito o quello che la rende una violazione del diritto d’autore. 

Siamo, come spesso accade in un mondo con tecnologie in continua evoluzione e movimento, di fronte a quella che i sofisticati esegeti definiscono la “frontiera mobile del diritto”. Quello che tempo fa poteva costituire una violazione marchiana di un diritto esclusivo, ovvero riprendere un immagine all’interno di una esposizione privata, è oggi considerato libero e ammissibile, anzi, non ci si pone più il problema dello scatto dell’opera in se - chi se ne può o vuole interessare quando sono disponibili in rete centinaia di immagini liberamente scaricabili di qualità molto migliore di quella permessa dagli smartphones o dagli apparecchi fotografici digitali cui il singolo utente non professionista fa ricorso per collezionare i propri scatti da ricordare? -  la frontiera si è già spostata in avanti e per capire dov’è ora bisogna ricorrere ad un pensiero più amplio, occorre infatti capire cosa sia proteggibile dell’immagine da riprodurre o riprodotta ed in che modo la contaminazione  della stessa immagine - come nei selfie- rappresenti una violazione del diritto d’autore.

Il facile entusiasmo di chi si occupa di art law non deve però portarci fuori strada. Tentiamo di fare un po’ di ordine.  Nella notizia della National Gallery non troviamo nulla di particolarmente strano o aggressivo, anzi è la decisione di una istituzione tendenzialmente tradizionalista di abbandonare la battaglia di retroguardia del divieto degli scatti alle opere di cui esistono e sono liberamente consultabili copie e riproduzioni. Già la Tate e la National Potrait Gallery a Londra avevano da tempo "liberalizzato" gli ingressi degli smartphones e l'utilizzo di fotografie e selfie.

Anche nei nostri non modernissimi musei e gallerie ormai le fotografie sono quasi sempre ammesse salvo l’uso dei flash per motivi (sacrosanti ed oggettivi) di conservazione delle opere.

Su questo fronte dunque non ci sembra ci sia una concreta possibilità di violazione del diritto di autore salvo che lo scatto estemporaneo sia poi utilizzato pubblicamente ed ai fini commerciali. La violazione del diritto d’autore mediante i selfies sembra ipotizzabile dalle corti Inglesi e statunitensi solo quando l’utilizzo dell’opera “sullo sfondo” non sia “accessorio” (incidental) ma strumentale al messaggio che si vuole trasmettere in maniera pubblica ( twitter, facebook o altri mezzi di condivisione, tendenzialmente globale) e quando tale messaggio sia inteso a raggiungere un obiettivo commerciale o promozionale.

Questo per quanto riguarda collezioni permanenti di opere arci-note ed arci-rappresentate.

Ma come si difende l’artista che propone una sua temporanea e non ha ceduto nessuno dei suoi diritti al museo o alla galleria?  Il tema parrebbe essere solo legato alla sicurezza e a maggiori controlli degli accessi alle mostre con personale addetto a bloccare il visitatore che non sa resistere allo scatto vietato.

Ma non è cosi in un mondo dove l’arte è contaminata dalla tecnologia e dove gli stessi artisti utilizzano materiale o immagini presenti in rete per creare le loro opere. Il confine del diritto come lo conoscevamo fino a qualche tempo fa tende quindi a dissolversi se si pensa all’arte interattiva, dove la presenza del fruitore modifica l’opera stessa: come determinare i confini dell’opera e capire ciò che ne viola il contenuto innovativo e creativo e ciò che invece è semplicemente il risultato dell’attività di fruizione?

L’arte contemporanea è sempre di più influenzata dalla fisica quantistica, dove tutte le realtà ugualmente possibili si consolidano in una (“l’evento” in fisica “l’opera” in arte) al momento della rilevazione dell’esperienza da parte dell’utente, l’opera non è solo fortemente influenzata ma è “attivata” dall’intervento del fruitore.

La tutela del diritto d’autore sta diventando impari e gli strumenti disponibili fino a solo pochi anni fa sembrano non essere più attuali. La sfida vera sembra essere quella di pensarne di nuovi e di riformulare i canoni  di ciò che si intende per opera d’arte.

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Disciplina contrassegno supporti SIAE

autore:

Francesca Florio

Il Consiglio di Stato, con sentenza del 2 febbraio 2012, ha deciso sull’impugnazione proposta dalla società Edizioni Master S.p.A. contro la sentenza del TAR Lazio n. 11590/2009, con la quale quest’ultimo aveva respinto il ricorso presentato dalla predetta società avverso il DPCM n. 31 del 23  febbraio 2009, che aveva disposto la reintroduzione dell’obbligo di apposizione del “bollino” SIAE, dichiarato illegittimo dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea con la sentenza dell’8 novembre 2007. In particolare, il Consiglio di Stato, sebbene confermando la validità del predetto DPCM nel suo complesso, ha dichiarato illegittimo l’art. 6, comma 8, del decreto stesso, secondo il quale “sono fatti salvi in ogni caso gli atti e i rapporti intervenuti tra la Siae ed i soggetti indicati dall’art. 181bis della legge 22 aprile 1941 n. 633, a seguito dell’entrata in vigore della legge 18 agosto 2000”. A tal proposito, il Consiglio di Stato si è limitato a rilevare che i provvedimenti amministrativi (tra cui rientra anche il DPCM) non possono avere carattere retroattivo e, conseguentemente, disciplinare i rapporti patrimoniali pregressi, la cui definizione spetta al Giudice.
Consiglio di Stato 2 febbraio 2012.pdf

Commento
La sentenza in oggetto stabilisce l’illegittimità dei contrassegni SIAE acquistati ed apposti su supporti nel periodo anteriore al mese di febbraio 2009. Il testo alquanto essenziale della predetta sentenza comporta, però, due dubbi interpretativi. Il primo riguarda la tipologia di supporti interessati: potrebbe, infatti, essere sostenuto che la disposizione del DPCM dichiarata illegittima è, invero, inserita in un articolo avente ad oggetto la disciplina della cd. “dichiarazione identificativa sostitutiva del contrassegno”, di cui godono esclusivamente i programmi per elaboratore (software). Sulla base, appunto, della collocazione della norma in questione, potrebbe sembrare, prima facie, che l’illegittimità del contrassegno SIAE riguardi soltanto quei “bollini” apposti, nel periodo antecedente al mese di febbraio del 2009, sui programmi per elaboratore e non quelli utilizzati per tutte le altre tipologie di supporti previsti dall’art. 181-bis della legge 633/1941.
Secondo, invece, un’interpretazione più estensiva e, a nostro avviso, più corretta, si può verosimilmente sostenere che la predetta illegittimità coinvolga tutti i tipi di supporti, col conseguente diritto di chiedere il rimborso di tutte le somme pagate per l’acquisto dei “bollini” per il periodo temporale anteriore al mese di febbraio del 2009.
 Altra possibile questione nasce dal fatto che, secondo la SIAE le annualità potenzialmente oggetto di rimborso sono solo quelle relative al periodo temporale compreso tra l’anno 2007 ed il mese di febbraio 2009.
Secondo una diversa interpretazione, invece, ciò che si potrebbe sostenere al riguardo è la durata decennale del termine prescrizionale, durata questa prevista per l’azione di ripetizione di indebito.
Adottando tale interpretazione, si potrebbe, pertanto, richiedere la restituzione delle somme spese per l’acquisto dei contrassegni SIAE dall’anno 2002 al mese di febbraio 2009. (F.F.)

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Bollettini SIAE

autore:

Roberta Avarello

Il Tribunale di Bologna, con sentenza emessa in data 28 febbraio 2012, ha stabilito che i bollettini SIAE, qualora rechino la sottoscrizione dell’autore e dell’editore, siano idonei ad integrare la prova scritta richiesta dall’art. 110 legge 22 aprile 1941 n. 633 dell’avvenuta trasmissione dei soli diritti di sfruttamento fonomeccanico e pubblica esecuzione dell’opera musicale dichiarata oggetto del mandato conferito alla SIAE, implicando essi indefettibilmente l’esistenza di un contratto di edizione.
Tribunale Bologna 28 febbraio 2012.pdf

Commento
Con la sentenza in oggetto, il Tribunale di Bologna ha affrontato un tema molto discusso in giurisprudenza ovvero la legittimità del bollettino di dichiarazione SIAE ad essere considerato quale prova della cessione dei diritti di utilizzazione economica dell’opera musicale oggetto di mandato. Ciò che rende degna di nota la predetta sentenza è l’aver specificato che il bollettino SIAE integra la prova scritta ex art. 110 Legge 22 aprile 1941 n. 633 esclusivamente della cessione dei diritti di sfruttamento fonomeccanico e di pubblica esecuzione dell’opera musicale, diritti che, come è noto, sono gestiti dalla SIAE stessa. Ne consegue che la cessione tutti gli altri diritti di utilizzazione economica (sincronizzazione e stampa) deve essere provata attraverso un atto scritto diverso dal bollettino in questione. (R.A.)

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