Apple-FBI: le richieste del Governo, le ragioni di Cupertino, i timori degli utenti

Dopo tanto fragore mediatico, proviamo a tornare indietro. Con il tasto rewind ricominciamo la telenovela Apple – FBI dalla prima puntata. Forse tale esercizio ci potrà aiutare a comprendere quanto sia importante e decisivo per il nostro futuro di cittadini di un mondo offline ma connessi quotidianamente nel rutilante mondo dell’online, con tutte le sue opportunità ma anche con tutti i suoi giganteschi rischi. Per l’incolumità delle nostre identità, delle nostre vite private, del nostro vivere di esseri umani liberi, indipendenti e non monitorati e guidati dal Grande Fratello di turno.

Ripartiamo, dunque, dall’estate del 2010. Il 12 luglio Apple scrive una lettera al Congresso spiegando come vengono trattati i geodati degli iPhone che permettono di sapere con precisione i luoghi frequentati dagli utenti negli ultimi mesi.

Che Apple – come ogni altro gigante della tecnologia – da anni immagazzini più o meno legittimamente un’infinità di dati, non è una novità, tanto che solo un americano su cinque pare non provi un senso di insicurezza quando mette informazioni personali in rete, secondo uno studio del Pew Research Center.

In ogni caso, dopo aver trasparentemente spiegato ai membri del Congresso i codici per capire con esattezza dove ciascuno di noi vada, si muova, incontri delle persone, Apple continua a fare il suo mestiere di gestore dei big data a fini commerciali ed economici. Oggi, quasi sei anni dopo, la situazione, almeno apparentemente, sembra invertita. Dopo averci saccheggiato informazioni, dati personali, i segreti più intimi e non confessabili delle nostre vite private, oggi l’azienda di Cupertino si erge a paladino della nostra privacy: grida un forte “NO” a una richiesta istruttoria dell’FBI che sta indagando su alcuni assassini.

Le indagini condotte dalle agenzie statunitensi a seguito della strage di San Bernardino hanno richiesto il contributo di Apple in quanto l’accesso ai dati dell’iPhone di uno degli attentatori potrebbe rivelarsi di vitale importanza. È meno noto, tuttavia, che la società di Cupertino abbia ampiamente collaborato con l’FBI fornendo tutte le informazioni di cui era già in possesso, fermandosi solo di fronte allo sviluppo di quello che l’ad Tim Cook ha definito “l’equivalente software del cancro”: una backdoor, creata ad hoc dagli ingegneri Apple, in grado di violare le protezioni del telefono e permettere l’accesso agli investigatori, azione impossibile allo stato attuale in quanto i più recenti sistemi operativi iOS distruggono tutti i dati dopo dieci errori nell’inserimento della password.

La verità, quindi, è che l’FBI ha tentato di risolvere il problema da sé ma, non riuscendoci, è stato costretto a rivolgersi proprio al produttore che aveva progettato un sistema in grado di resistere agli attacchi esterni da parte di chiunque, incluso sé stesso. E sembra si tratti di una questione sempre più diffusa dal momento che uno dei legali della società della Mela ha dichiarato di aver ricevuto richieste di sblocco da parte del Dipartimento di Giustizia per altri nove iPhone in casi non legati al terrorismo.

Questa notizia, se confermata, farebbe crollare la linea sostenuta dal Governo americano secondo cui – qualora Apple creasse quanto richiesto – non ci sarebbe alcun rischio per la privacy dei consumatori dal momento che il software “cancerogeno” richiestole sarebbe utilizzabile solo ed esclusivamente per il telefono del terrorista di San Bernardino. Si può realmente credere che sia così e che dunque Apple sarà costretta, richiesta dopo richiesta, ad impegnare decine dei propri dipendenti nella creazione di singoli software destinati a singole indagini? Apparentemente, pur non volendo affrontare il tema dell’esborso economico che non dovrebbe in alcun modo gravare sul bilancio di un’impresa privata, ci si avvicinerebbe pericolosamente alla creazione di un programma “generico” che all’occorrenza – non si sa secondo quali criteri, essendoci un vuoto legislativo sul punto – sarebbe usato dagli investigatori per violare i firewall del telefono. Un precedente pericoloso, dunque, con buona pace della riservatezza dei dati personali.

La materia è tanto delicata e intricata da aver fatto scomodare addirittura il tema dell’obiezione di coscienza: secondo James Orenstein, giudice della Corte distrettuale di New York che ha rigettato una richiesta dell’FBI di ordinare ad Apple la forzatura un iPhone, una Corte non può ordinare di fare qualcosa che ritenga eticamente scorretto in mancanza di una legge che espressamente lo preveda, poiché sarebbe come ordinare ad un produttore di droga di fornire le sostanze necessarie per un’iniezione letale da usare per eseguire una condanna a morte.

Il paragone è forte, forse forzato, ma dà il polso dei valori costituzionali in gioco. La privacy è sicuramente in prima linea, e fa scaturire reazioni negli utenti che variano da “non ho nulla da nascondere, prendano pure tutti i miei dati” a “i miei dati sono personali, nessuno deve averli”. La sicurezza, in secondo luogo, che riporta alla mente la possibilità, istituita a seguito dell’11 settembre, di detenere e interrogare un sospetto di terrorismo derogando temporaneamente ad ogni suo diritto civile: il precedente del Patriot Act americano, seppur non richiamato da Apple, si legge tra le righe dei suoi comunicati laddove quest’ultima sostiene che “compromettere la sicurezza dei nostri dati personali può mettere a repentaglio la nostra stessa incolumità”. E ancora, la giustizia, in quanto la violazione della riservatezza volta alla prevenzione un reato può essere moralmente accettabile vista la finalità, ma tutto ciò diventa meno sostenibile se lo scopo è di tipo investigativo, a fatti avvenuti. Meno conosciuto è invece l’aspetto relativo alla libertà d’espressione: se nel 1999 un tribunale di San Francisco ha stabilito che le linee di codice sono protette come la libertà di parola, a norma del Primo Emendamento che include sia la possibilità di dire qualcosa sia la decisione di non dire qualcosa, allora nessuno può imporre ad Apple la creazione di quel software, così come nessun tribunale potrebbe imporre ad un giornalista di pubblicare una storia falsa. Da ultimo, ricordando che il direttore dell’ufficio legale di Cupertino ha affermato che sui nostri smartphone “ci sono più informazioni immagazzinate di quelle che un ladro potrebbe trovare entrando nelle nostre case”, sorge un delicato problema relativo all’inviolabilità del domicilio: giacché hackerando un iPhone si accederebbe ad informazioni non ancora trasmesse dal proprietario, come messaggi scritti ma non inviati, non si potrebbe parlare di “intercettazione” vera e propria, bensì di “penetrazione in un domicilio informatico” equiparabile a quello fisico.

Prevedere gli sviluppi futuri è probabilmente impossibile e forse il filosofo Michael Walzer non ha tutti i torti quando sostiene che “chi ha un’idea precisa su questo tema è un idiota”. Tuttavia, casi simili non potranno che aumentare come dimostra la decisione estrema, presa da una corte brasiliana, di arrestare il vicepresidente di Facebook Brasile per non aver consentito l’accesso ai dati di alcuni profili nel corso di un’indagine sul narcotraffico. Con la progressiva espansione dell’Internet of Things, che porta online ogni singolo oggetto della nostra quotidianità, è possibile che assisteremo ad una gara al rialzo per proteggere i dati personali e acquisire nuovi clienti sempre più interessati ad un prodotto di qualità che garantisca la riservatezza dell’utilizzatore finale. Così come suggerito da Apple e dal giudice Orenstein, oltre che da vari commentatori, vi è forte necessità di un intervento legislativo – e forse addirittura costituzionale, magari sulla linea della nota doppia riserva di legge e di giurisdizione – che ponga dei paletti e dei criteri ben delineati, perché lasciando la decisione specifica al singolo magistrato si rischia di creare incongruenze e disparità che possono solo andare a danno di utenti e consumatori.

Tutto ciò sta accadendo in America.

E in Italia? La situazione è, udite udite, paradossalmente più chiara e disciplinata. La tutela della privacy vale anche nei confronti del potere giudiziario e del potere esecutivo e, salvo abusi, i nostri dati, senza il nostro consenso, non possono essere usati da nessuno a meno che non sia stato emanato un provvedimento dell’autorità giudiziaria che abbia valutato in concreto la fattispecie e deciso di fare prevalere nel bilanciamenti dei due diritti in gioco (la privacy e la sicurezza nazionale) quello della sicurezza.

Ma su questo tema ci torneremo.

Riccardo Rossotto
ha collaborato Nicola Berardi

 

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Annunciato l’EU-US Privacy Shield, accordo sulla privacy tra Europa e Stati Uniti che sostituisce l’ormai invalidato Safe Harbour

Autore: Marco Tullio Giordano

L’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America hanno raggiunto un compromesso sul nuovo meccanismo per il trasferimento dei dati personali oltreoceano. La Commissione ha garantito che ci sarà maggiore protezione della privacy e che si eviteranno episodi di sorveglianza di massa. Viene istituita anche la figura di un difensore civico a cui i cittadini possono rivolgersi per eventuali ricorsi.

Il vecchio accordo denominato Safe Harbour (letteralmente tradotto come “Approdo Sicuro” ed approvato il lontano 26 luglio 2000, quando gran parte del mondo della rete, per come lo conosciamo ora, non esisteva ancora), che permetteva alle aziende ed ai service provider americani di spostare i dati personali dei cittadini dell’Unione europea negli Stati Uniti, non risultava più adeguato, dopo che, ad ottobre, la Corte di Giustizia dell’Ue aveva affermato che vi fossero rischi per la protezione dei dati personali e sensibili dei cittadini europei. La Commissione europea, dunque, si è attivata per negoziare un nuovo trattato con gli USA.

Il 2 febbraio 2016, dunque, l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America hanno raggiunto un accordo sul nuovo meccanismo, che dovrebbe permettere di trasferire in sicurezza i dati personali degli utenti europei oltreoceano.

Nel corso della una press conference tenutasi il 2 Febbraio 2016 e condivisa in streaming in rete, l’esecutivo della Comunità Europea  si è detto sicuro che il nuovo framework su come gestire i dati immagazzinati da aziende come Google o Facebook, o anche Ebay e Amazon e presentato col nome di EU-US Privacy Shield, comporterà forti obblighi alle aziende statunitensi affinché proteggano i dati personali dei cittadini europei, assicurando del resto ancora forti poteri di controllo allo  US Department of Commerce ed alla Federal Trade Commission, anche attraverso una maggiore cooperazione con le autorità europee per la protezione dei dati.

L’accordo prevede infatti che le aziende che hanno raccolto i dati personali debbano ora informare i cittadini nel momento in cui essi vengono acquisiti, rendere consapevoli i soggetti sull’utilizzo che ne verrà fatto in futuro ed ottenere il permesso di trasmettere queste informazioni a terzi, garantendo inoltre alle persone di accedere ed eventualmente modificare o cancellare i dati raccolti, mantenendone l’integrità e la riservatezza.

Sul versante dei controlli, l’EU-US Shield garantirà che le autorità di polizia degli Stati Uniti possano accedere ai dati personali trasferiti solo in casi eccezionali e in modalità ben circostanziate. Pare infatti che alle autorità europee, inizialmente preoccupate per l’ingerenza dimostrata dalle agenzie investigative statunitensi dopo le rivelazioni rilasciate da Edward Snowden nel 2014, sia bastata la garanzia che “le autorità pubbliche che fanno rispettare la legge e tutelano la sicurezza nazionale saranno soggette a limitazioni e eccezioni ben definite e a dei meccanismi di vigilanza” e che "gli Stati Uniti hanno escluso una sorveglianza di massa indiscriminata sui dati trasferiti negli USA”. Il rispetto degli accordi sarà assicurato da una relazione stilata annualmente dalla Commissione Europea e dal Department of Commerce statunitense, con la collaborazione di esperti dell'intelligence e delle autorità di vigilanza, che verificherà il rispetto degli accordi in relazione alla legge.

Gli Stati Uniti, inoltre, hanno accettato di allinearsi alle richieste dell'Unione Europea, garantendo un sistema per gestire i ricorsi dei cittadini che temano che i loro diritti siano stati violati: una stretta collaborazione tra i garanti europei, il Department of Commerce e la Federal Trade Commission consentirà di indirizzare le controversie che non si possano risolvere in seno alle aziende stesse, senza gravare il cittadino di spese. Verrà inoltre creata un'autorità dedicata, una sorta di difensore civico, alla quale potranno essere rivolte le richieste di verifica relative alle ingerenze dell'intelligence, aspetto che, complici le rivelazioni del Datagate, aveva determinato l'annullamento degli accordi Safe Harbor.

Di fatto, l’EU-US Shield è ancora tutti da formalizzare: si procederà a consolidare un testo nelle prossime settimane e se nel corso dell'iter tutte le parti dovessero risultare soddisfatte, il mese di aprile sarà il traguardo più ottimistico per l'entrata in vigore dei nuovi accordi. In particolare, si attende l'esito del dibattito in seno all'Article 29 Working Party, in cui sono radunati i garanti della privacy europei, investiti di una crescente responsabilità nella tutela dei diritti fondamentali della società civile.

Al di là delle dichiarazioni di rito da parte delle autorità che hanno partecipato alle trattative, però, ed al di là del sospiro di sollievo tirato dall'industria che fa dei dati un business, anche in seno ai rappresentanti dei cittadini europei c'è chi diffida dagli annunci trionfalistici di un accordo che sembrava destinato a ritardare ad oltranza: l’ex commissario Viviane Reding, ad esempio, ha espresso delusione rispetto ad un accordo basato su impegni fissati in lettere di rassicurazione, ancora troppo vago per sapere se soddisferà i requisiti dettati dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea.

Prevedibilmente, non hanno risparmiato le loro critiche Edward Snowden e Max Schrems, protagonisti del decadimento degli accordi Safe Harbor: secondo i due, sarà probabilmente il confronto concreto con la giustizia a decretare la solidità di accordi che per ora hanno la fragilità di dichiarazioni politiche. Allo stesso modo, le associazioni che si battono per la tutela dei diritti dei cittadini, come EPIC (Electonic Privacy Information Center), non nascondono la sfiducia rispetto ad un accordo che sembra confermare la situazione attuale. Una situazione, osserva EDRi (European Digital Rights), caratterizzata da incongruenze apparentemente insanabili tra i quadri normativi statunitense e europeo ed aggravata dalla confusa evoluzione delle normative sul tecnocontrollo, fra cui i cosiddetti “Umbrella Agreement”, che dovrebbero definire le regole sulla cooperazione e sul trasferimento dei dati personali tra le forze di polizia degli stati membri UE e degli USA.

Ma l'Europa, che sembra aver tentato quasi unilateralmente di sbrogliare il nodo della ricostruzione di un sistema di garanzie che consentisse ai colossi statunitensi di continuare a fare affari nel Vecchio Continente, ha proposto la sua soluzione: il Privacy Shield è un meccanismo vivo e non un patto statico, soggetto a continue revisioni. Non resta, dunque, che attendere che venga partorito.

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L'incapacità di aspettare

L’ultima estate che abbiamo vissuto, chi più chi meno, è stata psicologicamente migliore rispetto a quella dello scorso anno: qualche piccolo spiraglio di ripresa, un po' di voglia di togliersi di dosso le ruggini del pessimismo , ci hanno aiutato a vivere con un minimo di maggior serenità in più la meritata pausa estiva. Eppure...eppure il contesto globale ci ha continuato a fornire elementi forti di criticità politica, sociale ed economica. Dall'angosciante e mal gestito tema dei profughi alla sostanziale distrazione della politica nei riguardi di una necessaria rifondazione del concetto e della governance di questa Europa che non piace più alla maggioranza degli europei; dalla risoluzione, almeno transitoria del piccolo-grande problema greco all'esplosione, forse poi non così transitoria , del grande-piccolo problema della crisi cinese, abbiamo di fronte agli occhi tutta una serie di tematiche che sono state immerse nel frullatore della Rete con una velocità parossistica tale da rallentare, per non dire bloccare, un'analisi più profonda e motivata delle possibili soluzioni ai temi posti. Siamo sempre più di fronte a quello che Bruno Giussani, direttore europeo di Ted, definisce la criticità di internet: l’eccessiva velocità della trasmissione dei dati che invece di diventare un valore è diventata una scure violenta, a volte una condanna, "l'incapacità di aspettare- ha scritto e detto Giussani- É la forza dominante della vita contemporanea...che porta all’indifferenza per la qualità...é il vero male oscuro del secolo breve".
Come reagiamo di fronte a questa sottostimata negatività? Come si attiva il mondo dei nostri contemporanei per innescare rimedi contro una velocità di trasmissione dati che ammazza i valori dell'approfondimento, condiziona i rapporti personali, abbassa il valore del lavoro delle persone? Abbiamo deciso di descrivere , in una breve carrellata , i fatti accaduti negli ultimi mesi per offrire stimoli ai lettori per cercare di darsi risposte più o meno pessimistiche a tali domande.

LA CARTA DEI DIRITTI IN INTERNET
Partiamo con una buona notizia: nello scorso giugno la Commissione Boldrini ha approvato la Dichiarazione dei diritti in Internet. Un lavoro voluto dalla Presidente della Camera che , dopo un anno di lavoro, ha fissato i principi normativi da applicarsi al mondo del web, partendo dalla condivisa presa d'atto che internet ha rivoluzionato e sta rivoluzionando la vita degli esseri umani e quindi ci impone una rivisitazione dei principi filosofici della nostra convivenza. La Dichiarazione (articolata su 14 principi) diventerà una mozione del Parlamento italiano  che il Governo adotterà formalmente. Poi nel prossimo novembre in Brasile il tema diventerà mondiale: in quella sede si cercherà di bloccare la deriva di alcuni stati – Russia e Cina in primis - che cercano di spezzettare internet in un insieme di reti nazionali che ogni Stato può controllare a suo piacimento. Insomma è stato fatto un importante passo in avanti: ci siamo adeguati alle più avanzate normative del mondo ma adesso dobbiamo diventare propulsivi su un grande progetto che miri ad una normativa sovranazionale del web.

DOPO IL BOOM...LO SBOOM?
Le cronache ci hanno portato nelle nostre case due notizie assolutamente impreviste e sorprendenti. Dopo anni di crescita dell'industria digitale, con valutazioni aziendali fuori da qualsiasi logica economico-finanziaria e nonostante l'aumento degli utenti del villaggio globale di internet, due dei campioni più reputati hanno incominciato a dare segni di crisi. Twitter ha perso una gran parte del suo valore accumulato in borsa tornando ai valori della sua prima quotazione. Wikipedia nell'ultimo anno ha registrato un calo del 12% nel totale delle pagine viste nel complesso delle sue oltre 280 edizioni. L'aumento degli accessi da mobile non è stato sufficiente a compensare l'emorragia. Si è registrato anche un preoccupante calo del numero dei contributi dei volontari: la linfa vitale cioè della più nota enciclopedia digitale del mondo (che oggi infatti chiede esplicitamente agli utenti un contributo economico volontario immediato). Cosa sta succedendo? Dopo la bolla iniziano ad emergere i primi segnali di inversione di tendenza? Oppure dopo anni di valutazioni aziendali euforiche e prive di qualsiasi connessione con le profittevolezze delle singole imprese, siamo di fronte ad una prima, sana, scrematura del mercato? Dobbiamo tornare, a nostro avviso, ad un concetto  che avevamo già espresso agli inizi di questo secolo durante la prima bolla di internet: le aziende vanno valutate in base alla loro capacità di creazione di profitto, perché solo così si eviteranno traumatici fallimenti sul mercato. Ogni criterio diverso (numero dei follower; numero di pagine visitate, etc) a breve può arricchire i venditori dell'impresa ma nel lungo periodo innesca processi disastrosi.

IL VALORE PROSPETTICO É NEI BIG DATA
Ormai è certificato anche dai più autorevoli centri di ricerca del mondo ( si veda l'intervista che R&P Mag ha realizzato con il professore Marco Rasetti della Fondazione ISI nello scorso numero), chi possiede i Big Data ha in mano il futuro dell'economia del villaggio globale. Chi, in questi anni in maniera auspicabilmente lecita....ma anche no!... ha registrato e raccolto i dati sulla nostra identità, sulle nostre passioni, sulle nostre attitudini di acquisto, può tranquillamente, attraverso l'ideazione di appositi algoritmi, uscire dalla fase della semplice fotografia dell'esistente ed entrare nella fase, molto più interessante dal punto di vista economico, della pianificazione e vendita delle nostre future decisioni di acquisto. La nuova frontiera della pubblicità online nasce proprio di qui. "Chi ha i dati, ha tutto - ha scritto recentemente Domenico Dato, creatore di Istella, uno dei massimi esperti italiani di search engines - perché li integra con funzioni di machine learning e diventa imbattibile... Google ha una quantità di dati enormi: anagrafici, contatti, appuntamenti, piani di viaggio, ma soprattutto dati di navigazione e di click. Questo da vita ad una situazione di monopolio che non è arginabile solo con la tecnologia. Perché puoi avere l'algoritmo più forte al mondo ma senza i dati non puoi competere." Sulle colonne di R&P Mag lo stiamo scrivendo ormai da anni: è inutile che in Europa ci si scanni in un dibattito, in parte giuridico e in parte ideologico, su privacy e dintorni. I buoi sono già scappati dalle stalle ed è obsoleto occuparci dei sistemi di chiusura delle stesse. Concentriamoci invece sul considerare i nostri dati personali come un diritto identitario disponibile, avente quindi un valore patrimoniale di trasferimento. Chi vuole li ceda al Google di turno a fronte di un corrispettivo: chi non vuole se li tenga. Addirittura più rigorosa é la tesi del guru della cultura digitale internazionale, il trentunenne bielorusso Evgeny Morozov: "bisognerebbe pretendere la restituzione dei nostri dati - ha detto Morozov a Riccardo Staglianò di Repubblica - Anche quando crediamo che un servizio sia gratis, oltre alla privacy, cediamo tali e tante informazioni su di noi che nel loro complesso valgono assai di più di quello che abbiamo risparmiato. É arrivato il momento di rendersene conto e, considerata la vostra diversa sensibilità di europei, forse di smettere di fare favori alle aziende americane".

L'AUTOCERTIFACZIONE DEL COPYRIGHT IN TWITTER
Due parole merita la notizia apparsa a fine luglio sui media internazionali: la scrittrice americana Olga Lexell, frequentatrice assidua di Twitter (che usa e ottimizza per capire se alcune anticipazioni dei suoi romanzi possono essere sexy per i suoi lettori) accortasi che molti dei suoi followers riutilizzavano i suoi "cinguettii" ritwittandoli nella Rete come se fossero loro, ha deciso di dire basta. Ha chiesto e ottenuto da Twitter di cancellare i tweet da lei denunciati sul presupposto di una paternità/proteggibilitá analoga a quelle delle opere coperte da copyright. Twitter accettando l'istanza della scrittrice e decidendo di censurare chi ricopia una battuta senza citare la fonte, ha dato luogo ad un precedente interessante di applicazione della normativa sul copyright anche nei pochi caratteri di un tweet.

IL FENOMENO DI TED (TECNOLOGY ENTERTAINMENT DESIGN)
Era partito come un gioco ed è diventato uno dei grandi protagonisti della Rete: stiamo parlando di Ted, l'organizzazione no profit a livello mondiale che si occupa di immagazzinare e selezionare gli speech di tutti coloro che si candidano ad essere postati purché nel rispetto delle regole del gioco di Ted. La piattaforma nasce in California nel 1984 come salotto riservato a coloro che sono disponibili a pagare per ascoltare dai bene informati che cosa ci riserva il futuro prossimo. Nel 2000 Ted viene acquistato dall'editore inglese Anderson che, dal 2005, aggiunge alla piattaforma anche un evento fisico annuale che chiama Global-Ted. Il fenomeno esplode nel 2006 quando tutte le teleconferenze postate dai candidati selezionati vengono messe online gratis. Il singolo speech postato non può durare più di 18 minuti: il direttore europeo Giussani (quello che abbiamo citato dinanzi come il fustigatore dell'eccesso di velocità dei dati della Rete!) si giustifica così: "é un'accusa che riceviamo spesso. In 18 minuti non si offre quello che darebbe un libro di 300 pagine. Ma noi non vogliamo sostituirlo. Solo sollecitarne il gusto di leggerlo."
Siamo reduci da una visita dentro la piattaforma: una straordinaria esperienza per conoscere gli speech più importanti di Obama, Marchionne e Clinton, tanto per favore alcuni nomi delle stars della narrazione a livello mondiale, ma anche per studiarne le tecniche espositive, la capacità di storytelling, il metodo per affrontare il pubblico allungando la sfida contro la perdita di attenzione.

IL BACKSTAGE DELLA RIVOLUZIONE DI GOOGLE
Riportiamo così come ci è stato raccontato uno dei "perché" della nascita di Alphabet e del nuovo legal framework di Google. Al di là di una criticità legale dell'uso della denominazione Alphabet, già oggetto di una precedente registrazione di un grande casa automobilistica, è ragionevole pensare che il riassetto societario possa permettere una più facile e gestibile negoziazione di Google con le autorità fiscali dei paesi dove opera il colosso di Mountain View. Lo spezzatino dell'attività in aree e settori diversi dovrebbe permettere l'individuazione di singole profittevolezze, potenzialmente assoggettabili alle fiscalità dei paesi dove queste sono prodotte. Sarà vero? Lo vedremo a breve sul mercato.
Riccardo Rossotto

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