I Trolls sono tornati....e non se ne andranno!!!!!

Vi ricordate le fiabe dei Trolls che hanno animato gli incubi delle notti di tanti bambini delle ultime generazioni? Ebbene...sono tornati! In una forma diversa, con figure variegate, nel nuovo e rutilante mondo di internet. Come mai? Perché questi mostri per lo più cattivi, protagonisti di tante fiabe degli ultimi decenni del filone fantasy, hanno ceduto i diritti di utilizzo del loro nome ad una nuova e inquietante figura protagonista del mondo della rete: l'anonimo provocatore, appunto il troll. In America, e non solo, a questo appellativo corrispondono gli "agitators who pop up" e cioè i provocatori anonimi che lanciano e diffondono messaggi al fine di disturbare o sabotare le discussioni online, che ultimamente si stanno concentrando su personaggi o eventi protagonisti della cronaca quotidiana. 

Il termine è volutamente vago poiché i trolls agiscono nell'ombra; il loro fine non è chiaro, le loro intenzioni sconosciute, il loro legame misterioso. Secondo Farhad Manjoo del New York Times, troll è diventato un'etichetta per definire, anche graficamente, un intervento provocatorio online come ad esempio quello accaduto a Zelda Williams nelle ore immediatamente successive alla morte di suo padre. I trolls si sono accaniti contro la figlia di Robin Williams bombardandola di foto e messaggi del tipo "guarda come l'hai ridotto... Guarda cosa gli hai fatto fare" postando le foto dell'attore in primo piano, già morto, con il livido sul collo provocato dal cappio. Per non parlare di cosa sta succedendo in queste ore sulla rete a proposito dell'uccisione a Ferguson, MO, del giovane ammazzato dalla polizia: decine di trolls hanno veicolato messaggio distorsivi, allarmisti e depistanti, approfittando anche del coinvolgimento del collettivo di Anonymous che ha attaccato i siti della polizia.

Abbiamo fatto una breve verifica presso alcuni leading blogger a livello mondiale ed è emerso, con riguardo a questo fenomeno dilagante dei trolls, un quadro per certi versi inquietante e per altri assolutamente, ahinoi, normale, in una società complessa e violenta in cui purtroppo si annidano le peggiori derive psicologiche degli esseri umani. 

Eccovi la fotografia che abbiamo ricavato: il costruirsi un profilo alternativo al proprio ufficiale costituisce una moda molto diffusa tra i frequentatori della rete. Sembra quasi dai loro racconti che ciascuno, al di là della sua posizione ufficiale e chiamiamola anche "politically correct", sviluppi una sua seconda personalità, molto meno "correct", in un altro profilo rigorosamente anonimo, normalmente denominato con un nome di fantasia che per nostra comodità d'ora in poi chiameremo "profilo Pippo".

Ebbene, tanto per rimanere nei due casi di attualità  appena citati, nel profilo ufficiale il soggetto partecipa al dolore della famiglia di Robin Williams o dei genitori del ragazzo morto ammazzato a Ferguson, mandando le proprie condoglianze e ricordando, nel caso dell'artista, le qualità del defunto. Nel profilo Pippo, il troll, scarica invece tutte le proprie pulsioni emotive, anche le peggiori, quelle che nessuno oserebbe pronunciare in nessun consesso sociale. Di contro ci possono essere profili Pippo non negativi ma semplicemente dettati dal forte desiderio di mantenere la propria privacy intatta e indenne dagli stalker o comunque da coloro che non accettano una risposta diversa dal loro pensiero. Un funzionario della polizia postale italiana ci ha ulteriormente allargato il quadro di riferimento confermandoci che esistono dei profili Pippo, senza la compresenza di un profilo ufficiale: si tratta di persone che utilizzano la rete esclusivamente come canale di aggressione violenta nei confronti dei terzi. 

In questo delicato gioco di Dr. Jeckill e di Mr. Hide si creano per gli utenti due mondi di lettura dello stesso evento, uno normale, condivisibile, accettabile anche eticamente e socialmente. L'altro molto più provocatorio, umorale, rappresentativo delle peggiori devianze dell'essere umano.

In questo quadro la stampa americana si chiede con insistente imbarazzo: come arginare il dilagare di questo fenomeno? Come smascherare i trolls garantendo sicurezza e qualità dei contenuti della rete?

Il Vice Presidente di Twitter, Del Harvey, ha recentemente annunciato che il sito ha sospeso le persone che hanno attaccato il profilo di Zelda Williams. 

Sinceramente ci sembra, però, un problema irrisolvibile: i trolls infatti sono una declinazione, diversa soltanto nello strumento tecnologico usato per la sua diffusione, di manifestazioni becere e provocatorie di violenza psicologica verso terzi, protette da anonimato e quindi senza barriere di limitazione o autoregolamentazione. Quando quindi si parla di soluzioni per questo problema o comunque di maggiori sforzi che ci dobbiamo imporre per cercare di ridurre la possibilità che vengano postati messaggi anonimi di questo genere, rischiamo di ripetere le gesta di Don Chisciotte nella sua battaglia contro i mulini a vento. "Se c'è una lezione che la storia di internet ci ha insegnato - ha scritto Farhad Manjoo sulle colonne del NYT - è che i trolls saranno sempre difficili da limitare perchè essi riflettono concretamente "base human society in all its ugliness": seguono, in altre parole, e riflettono l'umanità nelle sue peggiori manifestazioni. 

"Non è tanto una questione se vinceremo o meno la guerra contro il diffondersi dei trolls - conclude il suo ragionamento Farhad Manjoo- ma se vinceremo o meno le battaglie contro la misoginia, il razzismo, il femminicidio ed altre deviazioni similari."

La Professoressa Whitney Phillips, dell'Università statale di Humboldt e autrice del libro "This is why we cannot have nice things", una sintesi dei suoi studi sui cattivi comportamenti nella Rete, sostiene che "più questo sistema dei media si espanderà, più i Trolls avranno spazio di manovra. Essi sono perfettamente strutturati per sfruttare l'ampiezza e l'incontrollabilità del mondo del web." 

Abituiamoci dunque a convivere con i trolls fintantoché non sapremo intervenire sull'educazione civile e morale di noi stessi.

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Fanno sul serio?

Avete notato? In questa pausa agostana quando tutta l'Italia, nonostante la crisi, si ferma e una gran parte del mondo continua ad andare avanti, nel drammatico bombardamento di tragiche notizie dal Kurdistan, dalla striscia di Gaza e dall'Ucraina, sulla stampa americana, con cadenza settimanale, appare sempre un articolo con taglio basso, non urlato ma impaginato in prima pagina, di nuove iniziative del big players della Rete. Soprattutto il team di Facebook è stato protagonista di una serie di scoop non banali. Testimonianze concrete di un attivismo frenetico che continua a caratterizzare il grande momento di turbolenza del Web.

Proviamo a ricapitolare la scansione dei nuovi progetti comunicati da Facebook negli ultimi 20 giorni. Si è partiti da una serie di notizie mirate a dimostrare che il social network di Menlo Park, CA, si è posto l'obiettivo di curare di più la privacy dei propri clienti. È stata annunciata l'instaurazione di un sistema di sicurezza basato su principi di rispetto del consenso dei singoli utenti molto più ispirato ai format normativi europei che non a quelli più "flessibili” americani. La settimana dopo,  proprio i ricercatori, protagonisti della furibonda polemica scoppiata al momento in cui è venuta a galla la manipolazione emotiva realizzata da Facebook a 700.000 dei propri utenti, hanno voluto fare marcia indietro denunciando la necessità dell'apertura di un confronto pubblico e legislativo sulla definizione e condivisione di regole del gioco non solo giuridiche ma anche etiche in materia di realizzazioni di ricerche sui comportamenti degli iscritti al social network americano. Una scelta mediatica importante soprattutto perché deliberata dal protagonista di un caso, appunto quello della manipolazione delle timeline dei profili, che aveva scatenato vivaci proteste contro il cinismo e la spregiudicatezza della società di Zuckerberg. 

E ancora: Youtube ha dichiarato di aver inserito nel proprio software un format che segnala, a causa del contenuto di alcuni filmati, che gli stessi sono vietati ai minori. Proprio oggi Facebook ha annunciato di voler aiutare i propri utenti a selezionare le notizie vere da quelle false e/ comunque oggetto di satira e/o di provocazione politica o commerciale. Secondo quanto diffuso da Menlo Park, comparirà sui messaggi non reali ma manipolati, una dizione grafica con la scritta "satira", un po' alla stregua di quei super che compaiono durante le trasmissioni televisive sui teleschermi in basso e segnalano agli utenti che l'oggetto della trasmissione in quel momento diffusa è pubblicitario. 

In questa onda lunga di interventi mirati a "riverginare" l'immagine dei big players dei social network, si è inserita anche Twitter che, sul delicatissimo tema dei videogiochi per bimbi, apparentemente gratuiti ma poi in realtà sempre più onerosi per il portafoglio dei genitori....latitanti, ha adottato un sistema di immediata cancellazione dei siti che promuovono pubblicità ingannevole rispetto alla natura gratuita del videogioco proposto. 

Sembrerebbe dunque che questo agosto 2014 rappresenti un giro di boa importante nell'evoluzione legalitaria della web community. 

Qualche dubbio in realtà rimane seppur coniugato con la speranza di adeguate e convincenti risposte comportamentali dei big player dei social network. Perché ci permettiamo di sollevare qualche perplessità rispetto a questa operazione di riposizionamento dell'immagine dei vari protagonisti del web? Perché, contestualmente a questa rappresentazione di iniziative mirate ai fini sopra esposti, siamo venuti a conoscenza di una circostanza non sorprendente dal punto di vista del business ma che apre qualche scenario di dubbio rispetto alla linearità e buona fede di tale strategia. Come abbiamo raccontato proprio sulle colonne di RepMag, è in corso ormai da alcuni mesi la vera e propria campagna di sensibilizzazione da parte di team di specialisti delle singole firms per convincere gli investitori in pubblicità della novità e innovazione di una campagna pubblicitaria di prodotti o servizi diffusa attraverso i social network. Le ragioni ci sono state ampiamente spiegate e sono di facilissima comprensione: rispetto ad un investimento pubblicitario in un media tradizionale e generalista come sono la maggior parte di quelli esistenti nel mondo offline, l'efficienza in termini di costo beneficio di un investimento sui social media - secondo questo teorema - non ha eguali: infatti i social media, avendo acquisito tutti i profili dei propri iscritti, possono offrire agli inserzionisti, in stretta correlazione con i loro prodotti o i loro servizi, una pianificazione mirata che va a colpire esattamente il target di coloro che hanno già comprato, comprano e immaginano quindi di ripetere l'acquisto di quel prodotto. Forse il costo della pubblicità potrebbe essere considerato più oneroso rispetto a quello dei media tradizionali ma i commerciali del social network dimostrano facilmente che il poter sparare i propri messaggi con delle pallottole che colpiscono sicuramente il bersaglio già potenzialmente predisposto a quel tipo di acquisto, è come pescare le trote in un laghetto artificiale dove è impossibile non metterle all'amo. 

Il dubbio allora che ci assale è il seguente, ripetiamo pronti e speranzosi di essere smentiti dai diretti interessati: non è che gli strateghi di Facebook e compagnia cantante da un lato mediaticamente si riposizionano la reputazione diventando seri, garantisti dei diritti dei propri iscritti, legalitari nel rispetto della normativa e poi, contemporaneamente, non cercano di realizzare monetariamente quell'avviamento costituito da una registrazione di tutte le nostre scelte di acquisto fatte negli ultimi anni e debitamente registrate e conservate nel Big Data, al di là di ogni aspetto legale poetico?

E ancora: perché, se si vogliono davvero mettere le mani nel "fango" delle cose che non vanno in internet, non si affronta anche il tema dei fake follower, quegli "amici" fittizi creati solo per dimostrare un traffico di utenti enorme e non corrispondente alla realtà? Perché non si denuncia apertamente che molti degli operatori che si vendono come punti di riferimento di migliaia di follower, nella realtà sono visitati ed utilizzati da una percentuale che può scendere addirittura fino al 20% dei dati pubblicizzati? Ma non è finita: non è che i big players, acquisita più o meno legittimamente una posizione dominante sul mercato (basti pensare al miliardo e trecento milioni di utenti di Facebook), non vogliano proprio da ora inserire una serie di regole del gioco molto più rigorose e tali da rappresentare una barriera d'accesso per i nuovi competitors?

Se ci fosse davvero la volontà di iniziare una operazione di pulizia della rete, gli strumenti ci sarebbero: bisognerebbe soltanto metterli in pratica. E per non limitarci ad una facile critica dall'esterno, accettiamo la sfida e ci rendiamo promotori di una proposta di governance nel sistema digitale che potrebbe avviare, sulla scorta di esperienze estremamente positive già accadute nel mondo dell'off-line, un percorso virtuoso sovranazionale e di immediata repressione ed emarginazione degli operatori e degli utenti sleali.

LA PROPOSTA

La giustizia ordinaria, anche in Stati in cui il sistema giudiziario funziona molto meglio del nostro, sarà sempre soccombente ed in ritardo rispetto alla velocità di consumazione degli illeciti nel mondo del web. Dobbiamo prenderne atto e pensare a qualche altro format che ci aiuti a sorvegliare e governare meglio tutto il sistema a livello mondiale. Da questa considerazione nasce una proposta banalmente recuperata da un format già esistente internazionalmente e che proprio in campo pubblicitario, ad esempio, ha dato brillanti risultati in termini di monitoraggio e repressione degli illeciti. Proviamo a sintetizzarla così: i grandi operatori del settore, per primi, per dare il buon esempio ed innescare il processo virtuoso, costituiscono un ente no profit internazionale che abbia il compito da un lato di autodisciplinare le regole del gioco di internet, e dall'altro codifichi una procedura con enforcement sovranazionale che possa in brevissimo tempo reprimere illeciti ed abusi. I soggetti  promotori (con l'auspicio, che poi, a seguire il numero dei partecipante al club dei "buoni e seri" aumenti nel tempo fino a ricomprendere il maggior numero dei player del mercato) dovrebbero condividere un codice di autodisciplina strutturato con alcuni principi generali (tipo: rispetto di un certo livello della privacy degli users; la lotta contro la pubblicità ingannevole; la battaglia contro le derive usate dai fake follower o dai trolls ecc) e magari alcune regole specifiche per alcuni settori merceologici bisognosi di regolamentazione ad hoc. Dovrebbero poi immaginare la costituzione di un organo giudicante sovranazionale, sul tipo del nostro Giurì della pubblicità, che in una sede che potrebbe ruotare ogni enne anni in diversi Paesi del mondo, dovrebbe essere costituito da esperti con professionalità nel mondo giuridico, tecnologico, psicologico e comunicazionale. Proprio per rappresentare tutti i variegati approcci culturali a questa materia esistenti nel mondo, la composizione del Giurì dovrebbe prevedere esperti proveniente dal mondo americano, altri dal mondo europeo, altri ancora dai Paesi emergenti. Tutti i soggetti promotori e poi comunque firmatari della piattaforma autodisciplinare, dovrebbero impegnarsi giuridicamente a rispettare immediatamente le decisioni del Giurì, inibendo nei propri siti, la diffusione dei messaggi ritenuti illeciti dall'organo giudicante. Tale autodisciplina dovrebbe riguardare, almeno inizialmente, soltanto la fase cautelare, quella d'urgenza, quella che, su istanza di parte e/o d'ufficio, tende a valutare ed eventualmente inibire, nel giro di pochi giorni, un prospettato illecito. Tutta la procedura potrebbe essere attuata online con un'evidente efficienza in termini di tempi e di costi. La parte soccombente, nella nostra idea tutta da approfondire, potrebbe, a quel punto, adire una autorità giudiziaria ordinaria, secondo una disciplina della competenza territoriale da condividere (cosa complessa ma non impossibile) in modo tale da avere poi tutto il tempo e tutti i diritti per poter sperare di ribaltare il giudizio reso in via d'urgenza dal Giurì. 

Tenendo conto che a livello europeo esiste già un organismo sovranazionale che associa tutte le autodiscipline nazionali e che, in molti Paesi del mondo, il self regulation system non solo è auspicato, ma è applicato da anni con soddisfazione da tutte le parti in causa, la proposta così come provocatoriamente lanciata su queste colonne non dovrebbe rappresentare una mission impossible.

Il tema vero è probabilmente un altro: ma i grandi giocatori nel mondo della rete vogliono davvero, in questo momento storico in cui stanno per monetizzare gli investimenti effettuati, abbandonare il Far West per darsi delle regole del gioco chiare, certe e soprattutto verificabili e sanzionabili? 

Questo è un po' il dilemma di questi nostri tempi. Questa potrebbe essere una exit strategy alla turbolenza denunciata da molti analisti del settore.

Vediamo, alla prova dei fatti, che tipo di reazioni potranno scatenare.

Meditate gente, meditate.

 

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Social Bot: diventare famosi comprando amici virtuali

autore:

Riccardo Rossotto

Ci eravamo appena concentrati e .. preoccupati delle dimensioni e dei possibili effetti del Big Data scenario ed ecco che dagli Stati Uniti ci arrivano nuovi ed inquietanti sviluppi della vicenda. Sembra quasi un sequel: una storia a puntate in cui non si riesce neanche ad intuire un possibile sbocco finale. Reduce da una veloce trasferta americana constato che il dibattito tra gli esperti, giuridici e tecnologici, del web si è spostato.

L’utilizzo del Big Data a fini commerciali con tutto quello che comporta in termini di rischi (i) per la privacy di ciascuno di noi, (ii) per la sottesa rivoluzione in termini di valore economico di scambio dei nostri profili di acquisto, (iii) per la palese differenza di trattamento normativo tra gli USA e l’Europa, è stato momentaneamente messo da parte per lasciare al centro della discussione il mercato “fittizio” dei nostri profili.

Si sta, infatti, verificando un fenomeno per certi versi inquietante e per altri incredibile: la compravendita di profili (“bots”) falsi, costruiti con software sempre più sofisticati.

Il “bisogno” del mercato nasce dalla voglia di dimostrare di avere numerosissimi follower, molti di più del reale, sia da parte di celebrity sia da parte di molti protagonisti commerciali del web.

Più “amici” più successo, più notorietà, più valore!

Il ragionamento diventa dunque cinicamente questo: “Ho solo 100 amici, reali, che mi seguono e interloquiscono con me oppure leggono il mio blog e si confrontano con le mie opinioni. Bene: troppo pochi per essere sexy, per essere inserzionisti o altri follower. Dunque mi compro altri “amici”.

Si smitizza, in altre parole, l’adagio “con il denaro non si compra l’amicizia altrui!”.

Anzi, lo si svuota di ogni contenuto.

Proprio la scorsa settimana Nick Bilton, uno dei guru del web, un attento osservatore dei  mutamenti antropologici che si stanno verificando sul web, sulle colonne del New York Times ha lanciato il suo grido d’allarme. 

“Ho appena comprato 4000 nuovi amici su Twitter per il prezzo di una tazzina di caffè” ha scritto Bilton divenuto famoso anche in Italia dopo la pubblicazione del suo libro “Io vivo del futuro” (Feltrinelli).

Cosa ci sta dunque succedendo intorno? La rivoluzione innovativa di internet muta ogni giorno fisionomia aprendo nuovi scenari assolutamente imprevedibili soltanto qualche giorno prima.

Cerchiamo di capirne di più seguendo il ragionamento di Bilton e coniugandolo con un colloquio che ho avuto a Houston (Texas) proprio nei giorni scorsi con una blogger italiana che, pur volendo conservare l’anonimato, mi ha aiutato ad entrare in questo nuovo “incubo” internettiano.

Lo sforzo è quello di semplificare un fenomeno complesso.

Partiamo da un principio condiviso: anche nel web il valore di una testata editoriale, di un blog, di un sito è fornito dal numero delle persone che lo frequentano, che lo digitano. Più sono i follower più l’inserzionista pubblicitario sarà stimolato a comprare uno spazio su quel sito, tra l’altro frequentato da “amici” profilati e appassionati a quello specifico prodotto/servizio o comunque centro di discussione politica, culturale o varia.

Detto ciò, l’importante per il titolare del sito è avere tanti follower, veri e reali?

Avrei detto di sì … fino a ieri. Perché oggi scopro, e Nick Bilton me ne dà una drammatica conferma, che tale assunto non è assolutamente confermato!

Il proprietario del sito può avere acquistato dei profili sul mercato, assolutamente inesistenti, ma costruiti tecnologicamente così bene da sembrare veri.

Il tutto ad un costo estremamente basso rispetto al valore aggiunto intrinseco.

Infatti, grazie a questa moltitudine di follower “fittizi” il valore dello spazio pubblicitario sul sito aumenterà, producendo maggiori ricavi/profitti al suo titolare.

Peccato che il tutto sia una bolla: una gonfiatura numerica che non corrisponde alla realtà. Con quindi il rischio per l’investitore pubblicitario di buttar via i suoi soldi. 

“Uno dei più famosi gestori di “bots fittizi”-  mi racconta il nostro blogger anonimo che chiameremo “C” – é il programma chiamato Zeus che vende anche per 700$ una plancia virtuale (“dashboard”) con la quale tu puoi controllare e gestire la tua “armata” di profili acquistati”.

Il fenomeno sta acquisendo una rilevante e, a nostro avviso, drammatica notorietà in campo politico.

Nelle elezioni presidenziali in Messico nel 2012  il PRI, l’Istitutional Revolutionary Party, fu accusato di aver fatto uso di decine di  migliaia di profili fittizie per oscurare o comunque annacquare il peso dei follower del partito antagonista.

Il PRI ammise di aver fatto uso dei “bots” banalizzandone però l’importanza ai fini del suo successo elettorale finale.

In Siria e in Turchia (dove Twitter è stato momentaneamente oscurato dal governo proprio recentemente) ci sono stati altri casi, resi pubblici, di liste di “bots” immesse nel circuito della Rete per alternativamente dimostrare il seguito di un certo candidato o di una certa opinione politica ovvero intasare dei siti degli avversari per ridurne la potenza comunicativa “Oggi – mi spiega C – negli Stati Uniti utilizzando il programma Swenzy tu puoi acquistare follower, likes, downloads, views e commenti sui social network. Con 5$ puoi comprare 4000 nuovi “amici”. Con un investimento di 3.700$ puoi entrare in possesso di oltre 1.000.000 di nuovi amici su Instagram. Con dei pagamenti extra, nell’ordine di qualche decina di dollari, puoi acquistare amici con tanto di foto da mettere nel sito”.

Stiamo dunque vivendo, non so con quale consapevolezza collettiva, un periodo storico di boom della Rete parrebbe gonfiato sia nei numeri sia nella reale partecipazione degli individui.

L’aspetto appassionante della spinosa tematica è che a fronte dello sviluppo delle tecniche “gaglioffe” di creazione, gestione e vendita di liste di profili non reali, ma tecnologicamente perfetti e uguali ai profili reali, i “bots” appunto, sta nascendo una nuova generazione di software che ha come scopo quello di identificare gli “amici” finti.

“Si parla di un 5/10% di follower veri rispetto a quelli dichiarati – mi conferma C, profonda conoscitrice anche di questo nuovo sviluppo della tecnologia – “talking about this” è proprio un prodotto informatico che permette, attraverso un certo algoritmo, di selezionare tra i follower di un sito quelli reali, umani ed esistenti da quelli artificiali, costruiti dalle macchine”.

I criteri posti a base dell’algoritmo che fa la cernita sono legati alla quantità/frequenza dell’interlocuzione tra il singolo follower e il sito dove si è iscritto. A frequenza bassa aumenta il dubbio sulla veridicità ed esistenza reale dell’ “amico”.

“Per ora – scrive Nick Bilton – questi “bots” sono soltanto ingannevoli, inducono molta gente a credere che un soggetto o un oggetto siano più popolari di quanto nella realtà sono. Ma, se non arrestiamo questo processo, con lo sviluppo della tecnologia da soltanto ingannevoli questi “bots” potranno diventare davvero cattivi (“nastier”) e pericolosi per la nostra convivenza”.

C mi ha raccontato un episodio accaduto lo scorso mese di marzo negli Stati Uniti: un incubo se, con il pensiero, andiamo al di là dello specifico episodio e allarghiamo l’orizzonte dei possibili ulteriori rischi di applicazione. 

Cosa è successo? Due studenti di un famoso istituto High Tech israeliano hanno creato un gruppo di “bots” che ha causato il blocco del traffico entrando nel software di navigazione Waze di proprietà di Google.

L’esperimento dimostrativo dei due talenti israeliani era così sofisticato da imitare perfettamente i cellulari Android che avevano accesso al GPS di Waze.

Dunque, falsi guidatori in falsi automobili che segnalavano la loro posizione in un certo quartiere della città. Waze, credendo all’autenticità di tali follower e quindi della loro presenza contemporanea in certe strade di quella zona, iniziò a dare indicazioni ai propri clienti reali di usare vie alternative per evitare code e intasamenti del traffico. Si creò così una vera e propria congestione di auto in quartieri cittadini dove prima non c’era praticamente nessuna automobile e la famosa area virtualmente piena di auto risultò invece praticamente deserta!

 

Pensiamo sulla base di questo divertente ma terrificante esempio, cosa potrebbero causare i “bots” cattivi per l’umanità.

 

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