Google vs copyright: questa volta ci prova l’Unione Europea

A fine settembre è stato annunciato il nuovo Regolamento Europeo sul copyright, il tanto discusso, amato e odiato, diritto d’autore. L’ipotesi di una disciplina che faccia rientrare nel perimetro normativo della protezione tutte le forme di informazioni circolate nella Rete, e ovviamente dotate dei requisiti richiesti, ha riscatenato il dibattito già apertosi qualche anno fa con le prime due puntate della questione, scoppiate in Spagna e poi in Germania.

È giusto che gli editori rivendichino il copyright sugli articoli o meglio e soprattutto sui ritagli degli articoli (gli ormai famosi snippets) nei confronti degli utilizzatori professionali (Google & Co, tanto per capirci)? È un “tappo” inaccettabile alla circolazione delle informazioni nella Rete la posizione assunta dagli editori in materia di copyright? E ancora: perché il professionista (l’editore, nel caso in esame) che investe e paga i rilevanti costi dell’organizzazione aziendale mirata a realizzare contenuti giornalistici da vendere sul mercato non deve pretendere che chi utilizzata tali contenuti, sia tenuto a pagare un equo compenso?

La questione non è banale e nasce proprio dalla diffusione dei modelli di business dei maggiori giocatori del settore, i motori di ricerca. La Rete vive di scambio/connessione di notizie-informazioni-dati: negli ultimi anni la dimensione del fenomeno ha fatto crescere di molto il valore d’uso dei contenuti di tali dati, passando da una fase di gratuità d’uso (lancio del prodotto e fidelizzazione degli utenti) ad una fase di onerosità d’uso a carico degli utilizzatori (consolidato il “bisogno-utilità” di questi contenuti, ora si pagano!). Perché se “a valle” l’intermediario (il motore di ricerca, cioè) vende tali contenuti a fronte di un corrispettivo più o meno diretto, “a monte” non li deve pagare a chi li ha scritti e organizzati?

Proviamo a fare un punto della situazione mettendo in ordine i vari elementi della problematica.

La ratio della legge sul diritto d’autore

Il diritto d’autore ha radici antiche, si intravede in una sua forma embrionale in Inghilterra già nei primi anni del ‘700 con la funzione di tutelare gli interessi degli editori e poi degli autori tramite la concessione di privilegi di stampa.

Nella sua configurazione attuale, le ragioni che giustificano l’esistenza del copyright si ravvisano nell’esigenza di favorire ed incentivare gli investimenti volti non solo alla realizzazione, ma anche alla diffusione, di opere creative, riconoscendo all’autore il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera dell’ingegno, oltre al diritto morale di rivendicarne la paternità. Nessuno o quasi, cioè, opererebbe professionalmente nel settore delle creazioni artistiche se l’ordinamento non fosse in grado di fornire una tutela solida e certa, al ricorrere dei caratteri di originalità e novità dell’opera. Come gli altri diritti afferenti alla proprietà intellettuale, insomma, il livello di protezione offerto dal diritto d’autore è da individuare nel giusto punto di equilibrio tra l’interesse del titolare/creatore e quello della collettività che fruisce dell’opera.

Scenario attuale: la rivoluzione di Google

La rivoluzione digitale ha prepotentemente modificato i canoni del copyright, con i legislatori che hanno dovuto rincorrere ed adeguarsi ai nuovi paradigmi, senza avere la possibilità di governare la vicenda. Internet ha reso possibili metodi di diffusione e di sfruttamento economico delle opere che fino a pochi anni fa non erano neanche prospettabili, introducendo il concetto di accesso globale e diretto ai contenuti. Google, con la sua posizione di assoluto rilievo nel mondo della Rete, ha conquistato il ruolo di principale motore di ricerca, tanto che oggi l’indicizzazione delle pagine Web consente agli utenti di raggiungere (quasi) ogni pagina tramite i servizi offerti da Mountain View.

E la questione ruota proprio attorno a ciò. Gli editori pubblicano articoli e contenuti sui propri portali, indicizzati su Google, Big G. (o altri motori simili) li rende disponibili a chi li ricerca che, lette un paio di righe di anteprima, decide se aprire o meno la pagina. Se l’utente visita la pagina dell’editore, quest’ultimo avrà un ritorno economico (essenzialmente in pubblicità); in caso contrario, non guadagnerà. Google, invece, guadagnerà in ogni caso, per il semplice fatto che l’utente ha effettuato una ricerca.

I due precedenti specifici in Spagna e in Germania

Da qui l’esigenza – o l’opportunità, a seconda dei profili che si vogliono evidenziare – di prevedere una qualche forma di corrispettivo da Google verso gli editori, che consenta di riequilibrare il rapporto tra le parti. Un compenso che nasce dalla semplice visualizzazione, da parte dell’utente, di una piccola anteprima del contenuto finale.

Il tentativo è già stato fatto, un po’ pionieristicamente, in Spagna ed in Germania. Nel primo caso, Madrid ha previsto un compenso obbligatorio a carico di Google, in favore degli editori, per poter linkare un loro qualsiasi contenuto. Il risultato è stato disastroso. Google, forte della propria posizione, ha chiuso definitivamente il servizio News con una doppia beffa per gli editori: non solo non hanno goduto di alcun beneficio diretto, ma hanno anche registrato un crollo drastico del traffico poiché gli utenti – solitamente indirizzati ai portali proprio tramite il motore di ricerca – non vi erano più reindirizzati.

In Germania, invece, la cosiddetta “Lex Google” ha introdotto la semplice possibilità per gli editori di farsi corrispondere un compenso per gli snippet. Con la conseguenza – forti, anche, dell’esperienza iberica – che gli editori hanno scelto di evitare tale opzione per non rischiare di incorrere in un abbattimento del traffico sul proprio sito.

Il contenuto della bozza del Regolamento Europeo

Su questo terreno insidioso, la Commissione Europea ha deciso di valutare l’introduzione di un diritto connesso – specificando con forza che non si tratterebbe di una tassa – in favore dei gruppi editoriali che consenta loro, in maniera facoltativa, di poter chiedere ai motori di ricerca un compenso per la pubblicazione degli estratti dei propri contenuti. La finalità, dunque, è di creare una base normativa con la quale anche i player più deboli possano avere il potere contrattuale per negoziare con i giganti del Web il pagamento di una nuova forma di licenza.

Abbandonata (o mai considerata) l’opzione di un corrispettivo obbligatorio, che avrebbe forse condotto ad effetti simili a quelli creatisi in Spagna, si tenterebbe di riallineare almeno parzialmente il ruolo degli attori del mercato, ponendo gli editori in una posizione di maggior (seppur limitata) forza in sede di negoziazione con i motori di ricerca. Sarà quindi la stampa a decidere se offrire gratuitamente i propri contenuti agli aggregatori di notizie oppure se avviare una trattativa, tenendo sempre a mente il caso-Spagna e gli effetti che ne sono derivati.

A dimostrazione della spinosità del tema, le penne di due dei principali quotidiani nazionali si sono schierate su posizioni distanti, se non addirittura opposte tra loro. Da un lato Massimo Sideri, sul Corriere della Sera dello scorso 27 agosto, riconosce che “la Rete ha fatto crescere molto il valore d’uso delle notizie, ampliando la circolazione, ma ha fatto calare quello di scambio (il pagamento)”, sottolineando che il riequilibrio di questi fattori sarà fondamentale per il futuro dell’informazione di qualità, con una visione non pessimistica dell’intervento comunitario. Con diverso piglio, il giorno successivo Luca De Biase, sulle colonne de Il Sole 24 Ore, critica in maniera ben più vivace la posizione dell’Unione Europea, accusando prima gli editori di non aver voluto investire nello sviluppo del digitale (trovandosi, poi, a dipendere da Google), e poi la Commissione UE di ignorare la questione andando per la sua strada, senza volersi rendere conto che “la realtà digitale è troppo complessa per le banalizzazioni della politica”.

Alcune riflessioni finali

In questo quadro in continua evoluzioni industriale e normativa, ci permettiamo alcune considerazioni finali.

1.       I principi della normativa sul copyright devono essere salvaguardati a pena di rischiare di rivoluzionare le fondamenta degli stimoli ai giovani talenti di studiare e sacrificarsi per realizzare opere d’arte.

2.       I contenuti giornalistici “figli” di investimenti, costi, professionalità devono essere tutelati per non mettere gli editori tradizionali nelle condizioni o di abbandonare il campo o di ridurre la qualità dei loro prodotti.

3.       La Rete, o meglio i giocatori della Rete, non devono, sul presupposto di una presunta innovazione e di una irreversibile necessità tecnologica, pensare di poter usare contenuti diversi senza pagare il “giusto corrispettivo”.

4.       Bisogna trovare un equo equilibrio che non permetta alla pura forza economica e negoziale dei motori di ricerca di determinare “il buono e il cattivo tempo” in materia.

5.       Il principio di legge, anche con riguardo agli Snippets o a figure analoghe di diritti affini, deve essere riaffermato in modo Forte e Chiaro! Consolidando tale principio, si potrà delegare alle intese tra titolari di diritti e utilizzatori dei contenuti la quantificazione dell’“equo compenso” da rapportare sempre ad una verifica di mercato attualizzata tra i costi di realizzazione dei contenuti protetti e i ricavi-profitti prospettici degli utilizzatori

Questo è lo sforzo che ci auguriamo possa/debba ispirare la posizione europea al di là degli egoismi miopi delle parti in causa.

Stiamo a vedere.

 

Riccardo Rossotto

(ha collaborato Nicola Berardi)

 

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Proprietà e paternità delle foto del profilo Facebook secondo il tribunale di Roma

autore: 

Luca Egitto

Con sentenza 12076/15 dell’11 Maggio 2015 il Tribunale di Roma si è pronunciato in merito alla proprietà, all’uso e al riconoscimento di paternità delle foto dei profili personali degli utenti di Facebook. 

In termini di principi generali di diritto d’autore la decisione – nelle sue conclusioni - non ha nulla di particolarmente rivoluzionario, ma presenta, nell’ambito complessivo delle sue motivazioni, diversi passaggi di grande interesse per quanto riguarda la prova delle titolarità delle immagini pubblicate sul profilo di Facebook e l’ambito di efficacia della licenza contenuta nelle condizioni generali d’uso del social network.

La questione sottoposta all’attenzione dei giudici romani riguardava alcune fotografie realizzate dal titolare di un account Facebook e da questo pubblicate sul proprio profilo e, successivamente, prelevate da terze parti che le hanno cedute a un quotidiano nazionale. Successivamente alla pubblicazione delle foto sul quotidiano, un telegiornale nazionale ha ulteriormente diffuso le immagini nell’ambito di un reportage concernente la medesima notizia pubblicata dal quotidiano. In tutti questi casi né era stata chiesta autorizzazione all’uso delle foto al titolare dell’account né era stata riconosciuta a questo la paternità delle immagini. 

Il Tribunale di Roma ha ritenuto in primo luogo tutelabili ai sensi della LDA le foto del profilo, pur non riconoscendo alle stesse la tutela autorale riservata alla opere indicata all’art. 2 LDA. I giudici romani, infatti, hanno considerato le foto del profilo, eseguite al solo fine di documentare una situazione reale e senza alcun particolare estro creativo, non “artistiche” e quindi oggetto del diritto connesso previsto dall’art. 87 LDA (che riconosce al titolare il diritto di controllare la circolazione delle proprie fotografie). 

In secondo luogo, il Tribunale di Roma, ritenendo provata la paternità delle foto in capo al titolare dell’account, ha accolto le richieste di tutela di quest’ultimo contro i convenuti (coloro che avevano ceduto le sue foto al quotidiano e il quotidiano stesso), respingendo la difesa di questi ultimi secondo cui il caricamento su Facebook delle foto avrebbe implicato la perdita di titolarità dei diritti sulle stesse in virtù di quanto previsto dalle condizioni generali d’uso del social network. E’ questo il passaggio più importante (come anticipato sopra, infatti, non vi è nulla di innovativo nella conferma dei diritti ex art. 87 LDA in capo al titolare di una foto), perché il Tribunale di Roma vi inserisce importanti principi in merito alle prove sulla titolarità dei diritti sulle foto del profilo Facebook e sull’effettiva portata della licenza concessa a Facebook da parte degli utenti sui contenuti. 

Secondo i giudici romani “pur essendo astrattamente condivisibile l’affermazione secondo la quale la mera pubblicazione di una fotografia di una fotografia nella pagina personale di un social network, in specie Facebook, non costituisce, di per sé, prova della titolarità dei diritti di proprietà intellettuale su quel contenuto, tuttavia tale elemento, in mancanza di altre emergenze probatorie di segno contrario (come l’indicazione sulla fotografia di un terzo quale fotografo; la condivisione del contenuto appartenente ad altro utente o di altra pagina web; la notorietà dell’immagine appartenente ad altro fotografo, ecc.) può assurgere a presunzione grave, precisa e concordante della titolarità dei diritti fotografici in capo al titolare della pagina del social network nella quale sono pubblicate (art. 2729 c.c.)”. 

Inoltre, per il Tribunale di Roma, la pubblicazione di una foto sul proprio profilo Facebook non solo da luogo alla suddetta presunzione grave, precisa e concordante, ai fini della titolarità del diritto previsto dall’art. 87 LDA, ma soddisfa anche i requisiti previsti dall’art. 90 LDA (indicazione di nome del fotografo e data della fotografia) in virtù di una interpretazione evolutiva di tale norma. Infatti, nel caso di pubblicazione su Facebook “i terzi sono posti comunque nella condizione di individuare con l’ordinaria diligenza il nome del fotografo e la data della fotografia” e in grado di distinguere i “Contenuti IP” pubblicati da un utente (di cui lo stesso è titolare) “da quelli di terzi semplicemente condivisi da quello stesso utente”. In virtù di tali considerazioni secondo il Tribunale di Roma vi sarebbe una inversione dell’onere della prova “per cui la titolarità dei diritti fotografici si presume in capo a colui che ha pubblicato il contenuto e, affinché la riproduzione non venga considerata abusiva, spetta al riproduttore provare che la sua utilizzazione si è basata sul prelevamento di un file digitale non coperto da diritti di proprietà intellettuale in capo a colui che ha pubblicato la fotografia sul sito Facebook”: onere non assolto dai convenuti che non hanno fornito alcuna prova di segno contrario rispetto alla presunzione di titolarità prospettata dal Tribunale. 

L’ulteriore importante considerazione dei giudici riguarda anche la portata della licenza concessa dagli utenti a Facebook ai sensi delle condizioni generali d’uso del social network: tale licenza non sarebbe una autorizzazione “generalizzata di utilizzo e sfruttamento dei contenuti coperti da diritti di proprietà intellettuale in favore di qualunque terzo che accede alla pagina Facebook”. In ogni caso, la “pubblicazione sul social network Facebook non comporta la cessione integrale dei diritti fotografici spettanti all’utente”: motivo per cui il Tribunale di Roma ha ritenuto il titolare dell’account legittimato a tutelare in sede giudiziaria i suoi diritti esclusivi sulle foto del suo profilo ai sensi degli artt. 88 e ss. LDA. 

La sentenza, nel metabolizzare le regole e il funzionamento di Facebook, indica pertanto due principi importanti: il titolare dell’account si presume titolare dei diritti sulle foto pubblicate (e non condivise) sul suo profilo e l’accettazione delle condizioni generali d’uso di Facebook non comporta alcuna limitazione dei diritti su tali fotografie e sulla possibilità di controllarne l’utilizzazione. 

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Corte di giustizia: non si esaurisce il diritto d’autore se l’opera è pubblicata in una forma diversa

autore:

Angela Cataldi


La Corte di giustizia dell’Unione Europea torna a pronunciarsi sul principio di esaurimento del diritto di distribuzione delle opere originali

Il titolare dei diritti d’autore su un’opera pittorica, il quale ha acconsentito all’immissione in commercio della stessa sotto forma di poster, può opporsi alla futura commercializzazione dell’opera trasferita su tela? È questo il quesito alla base della domanda di pronuncia pregiudiziale che la Corte di Cassazione olandese ha rimesso alla Corte di giustizia dell’Unione Europea, chiamata a pronunciarsi, nella causa C-419/13 (Art & Allposters International BV contro Stichting Pictoright), sull’interpretazione dell’art. 4 della Direttiva 2001/29/CE, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione.
Tale norma stabilisce, a favore degli autori, il diritto esclusivo di autorizzare o vietare qualsiasi forma di distribuzione al pubblico dell’originale delle loro opere o di loro copie, attraverso la vendita o in altro modo. Tale diritto è tuttavia destinato ad esaurirsi all’interno della Comunità, quando la prima commercializzazione di tale oggetto sia stata effettuata con il consenso del titolare. Il caso alla base della domanda pregiudiziale sollevata dalla corte olandese trae origine da una controversia tra la Stichting Pictoright, società olandese per la gestione collettiva dei diritti d’autore che tutela, tra l’altro, i diritti degli eredi di rinomati pittori e l’Art & Allposters International BV, società che commercializza tramite Internet poster e altre riproduzioni di opere di tali artisti. La Stichting Pictoright lamentava in particolare che la riproduzione dell’opera su tela da parte della Allposters rappresentava una nuova pubblicazione non autorizzata, avendo l’autore acconsentito soltanto alla commercializzazione dell’opera sotto forma di poster e non anche riversata su tela.
Sosteneva la Pictoright, infatti, che la regola dell’esaurimento si riferisce all’oggetto, vale a dire all’originale o alle copie dell’opera, senza che rientrino in tale nozione le riproduzioni trasferite su tela, in quanto queste ultime risultano sostanzialmente diverse dagli originali o dalle loro copie per effetto delle profonde modifiche subite dai poster durante il procedimento di trasferimento su tela.
Chiamata in giudizio dinnanzi al tribunale olandese, la Allposters si era costituita in giudizio contestando che solo la creazione immateriale costituisce l’opera ai sensi del diritto d’autore, e non anche l’oggetto fisico in cui essa è incorporata. Pertanto, il trasferimento su tela comporterebbe una modifica solo dell’oggetto fisico, ma la creazione immateriale rimarrebbe inalterata, per cui la modifica solo del suo supporto non influirebbe sull’applicazione della regola dell’esaurimento, con la conseguenza che l’immissione in commercio dell’opera esaurirebbe anche il diritto di vietare ulteriori commercializzazioni della stessa sotto forme diverse.
La Corte di giustizia, richiamandosi alla precedente giurisprudenza in materia, conforme anche al diritto internazionale ed in particolare al trattato dell’OMPI sul diritto d’autore, ha ritenuto che il legislatore comunitario ha voluto dare agli autori il controllo sulla prima commercializzazione di ogni oggetto tangibile che incorpora la loro creazione immateriale, limitando pertanto l’esaurimento del diritto di distribuzione all’oggetto tangibile e non alla creazione immateriale.
D’altronde, il trasferimento su tela non comporta una variazione dell’originale, che implicherebbe un adattamento dell’opera e quindi si esulerebbe dal campo di applicazione della Direttiva 2001/29/CE, bensì solo una modifica del supporto materiale in cui essa è incorporata.
Alla luce di tali considerazioni, la Corte di giustizia, con sentenza pronunciata lo scorso 22 gennaio 2015, ha concluso che la regola di esaurimento del diritto di distribuzione non si applica all’ipotesi in cui un’opera protetta, commercializzata in una determinata forma nell’Unione con il consenso del titolare del diritto d’autore, subisce una sostituzione del proprio supporto, quale il trasferimento su tela della riproduzione presente su un poster cartaceo, e viene nuovamente immessa sul mercato in tale nuova forma.

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