L’ennesima gogna digitale: sarà finalmente educazione digitale?

Alcune tra le più recenti vicende di cronaca in tema di cyber-sex, cyber-ricatti, cyber-bullismo (insomma, tutto quel che riguarda la Rete ed un suo uso distorto ed illecito) hanno riacceso i riflettori su un tema ormai ricorrente: Internet ed il suo lato più pericoloso. I casi sono ormai più che conosciuti dall’opinione pubblica.
Tiziana Cantone nel maggio del 2015 si presenta in Procura per una denuncia. Alcuni video hard che la riguardavano – ripresi con il suo consenso – erano stati diffusi prima su Whatsapp tra una ristretta cerchia di amici, poi su social e siti internet di ogni genere. Il tentativo di lasciarsi tutto alle spalle, di far rimuovere i contenuti dal Web, il cambio del cognome per cercare di separarsi da quella pesante eredità non sono bastati: dopo mesi di tormento ed un tentativo sventato dai famigliari, si toglie la vita.
Una ragazza di 17 anni, durante una serata in discoteca a Rimini – ubriaca e, forse, sotto l’effetto di stupefacenti – viene portata in bagno da un ragazzo di 22 anni che abusa di lei. Le amiche che la raggiungono, tra effetti dell’alcol, un filo di ignoranza di cosa stia accadendo e tanta superficialità, non intervengono e una di loro decide di riprendere la scena con il suo smartphone, facendo poi circolare il video tra un gruppo di amici. In questo caso il video non diventa di pubblico dominio, anche se il comportamento delle amiche è forse ancora più preoccupante di quello riscontrabile in casi simili.
Le reazioni a questi eventi di cronaca che talvolta sfociano in esiti drammatici, come per Tiziana Cantone, sono le più varie e spaziano da chi, cinicamente, non nasconde la responsabilità dei soggetti che coscientemente si fanno riprendere in situazioni intime – accettando il rischio di una diffusione – a chi, in maniera più pacata, giustifica le vittime ed il loro diritto di compiere ogni tipo di attività nel privato, condannando invece gli “aguzzini” che scelgono unilateralmente di condividere con il mondo digitale le prove di quelle azioni. Una situazione che ipoteticamente può riguardare ogni persona e la sua identità digitale, laddove la pubblicazione di dati sensibili senza il consenso dell’interessato è una delle principali attività in grado di rovinare una reputazione; anche quando questi dati dovessero poi rivelarsi falsi (pensiamo al caso di Attilio Solinas, ricattato sul Web, che ha visto condividere su Facebook un finto video pedopornografico che lo vedeva protagonista).
L’unica certezza, in questo contesto, è che “cercare colpevoli e compiangere vittime” – come ha ricordato Gianluca Nicoletti su La Stampa – è inutile, mentre è necessario imparare a gestire le nostre “protesi emotive”, con qualcuno che ce lo insegni. Da anni R&P Mag evidenzia il bisogno crescente di un’educazione digitale che istruisca soprattutto i più giovani a come gestire il proprio rapporto con la Rete ed i social; agire quando il caso è già scoppiato e la reputazione rovinata, è inutile. Su questa base Nicoletti ipotizza provocatoriamente (ma non troppo) l’introduzione di una nuova materia di studio, l’“Ingegneria Relazionale”. Per tutti, dai 9 ai 90 anni: un corso multidisciplinare mirato ad impartire lezioni teoriche e pratiche sulla gestione di una nuova socialità.
R&P Mag non può che accogliere con entusiasmo una simile proposta, che sente anche un po’ sua, pensando in questo caso, con un format diverso dal solito, di affrontare il tema coinvolgendo sentendo le voci interne allo Studio, valutandone sensazioni, reazioni e proposte.
Le opinioni sono distanti tra loro e si scontrano sui metodi utilizzabili per limitare i danni portati dall’uso del Web. Tuttavia dal dialogo è emerso – con una costanza che deve far riflettere – un dato condiviso: se qualche anno fa il giudizio sulla Rete era certamente indirizzato verso il concetto di “opportunità”, oggi sta drasticamente virando verso quello di “pericolo potenziale”. E questo anche per chi ne riconosce grandi pregi all’interno della società attuale.
Senza bisogno di fare nomi e cognomi, dato che queste poche righe sono il frutto di un confronto interno tanto sincero quanto, in alcuni frangenti, acceso a causa delle diversità di vedute, possiamo dire che età, sesso e condizione sociale (si intende, avere una famiglia o vivere da soli, avere dei figli o meno) non creano dei gruppi omogenei nei quali le opinioni possano dirsi uniformi.
Partendo dal tema principale di questo articolo – l’educazione digitale, o “ingegneria relazionale” – il giudizio sulla sua utilità è tutto fuorché condiviso. E questo perché il ruolo della famiglia continua ad essere visto come preponderante nella crescita emotiva, caratteriale ed educativa di un giovane, mentre la fiducia nelle capacità della scuola di imprimere un segno rilevante è davvero ai minimi. Se qualcuno (in maniera isolata) è più ottimista; se i più si aggrappano al “meglio che niente”, in qualche modo appoggiando la possibilità di uno specifico corso sulla gestione della propria identità digitale; c’è anche chi ne sostiene non solo la completa inutilità, ma anche il rischio di effetti controproducenti. Mettere 20 o più ragazzi in un’aula a discutere di digitale, bullismo ed uso corretto della Rete potrebbe, in sostanza, esporre i più deboli a comportamenti vessatori di coetanei che non prenderebbero sul serio il tema degli incontri. Un po’ come già accade con l’educazione sessuale che molto raramente mantiene un’aura di serietà e molto frequentemente sfocia nell’ironia e nello scherno.
L’argomento non riguarda, però, solo i più giovani, come dimostra il caso di Tiziana Cantone, 31 anni. E qui il tema si fa ancora più complesso perché se è possibile imporre – per quanto, si è visto, non ci sia comunione di intenti – un’educazione digitale a livello di istruzione obbligatoria, certo non lo si può fare con chi il percorso scolastico l’ha ormai chiuso. Non è un problema da poco, considerando che si tratta di persone che avranno a che fare con la Rete per tutta la vita, per un lasso di tempo in cui il peso e l’invadenza di Internet potrebbero aumentare a dismisura. L’hackeraggio del telefono della giornalista di Sky Diletta Leotta, a pochi giorni dal funerale della Cantone, dà il polso di quanto le violazioni siano ormai quotidiane. E nei confronti degli adulti, si fa fatica a trovare qualcuno che sostenga l’utilità di un intervento pubblico: il carattere è formato e non si può più prevenire, secondo l’opinione più comune.
Tuttavia, non è solo lo Stato ad avere un margine di intervento. “Ai tempi del telefono furono le società telefoniche a investire molto per educare i propri utenti; ora è il turno dei giganti del Web di fare la loro parte”. È questa la tesi di Juan Carlos De Martin – docente al Politecnico di Torino ed esperto di nuove tecnologie – che paragona gli effetti di Internet e quelli che ha avuto l’avvento della telefonia nel mondo. Ai Big della Rete “non dobbiamo chiedere di sviluppare improbabili algoritmi anti-odio, ma di progettare e realizzare una ambiziosa, pluriennale azione educativa”. Per evitare, o almeno ridurre, gli episodi di cui oggi ci troviamo a discutere animatamente.
In un quadro così grigio, non manca chi trova uno spiraglio di luce per il futuro – almeno per quel che riguarda i più giovani – vedendo la causa principale di tutte queste violazioni non in una generazione alla deriva, ma nell’incapacità dei genitori di gestire l’irruzione del Web. Non erano preparati, non lo erano rispetto a loro, non potevano esserlo rispetto ai figli. E questo emerge non solo dai ricorrenti casi di cronaca, ma anche dal fatto che sempre più genitori ammettono che l’unica possibilità sia ricorrere a misure drastiche: il controllo totale sui devices e sui profili social dei figli, accantonando almeno temporaneamente il diritto alla riservatezza dei più giovani. Opinione diffusa anche tra le Forze dell’Ordine, vista l’intervista a Lisa Di Berardino (vicequestore aggiunto della Polizia postale di Milano): all’obiezione del figlio in punto privacy, pare abbia risposto con un secco “noi non siamo alla pari”.
La prossima generazione di genitori sarà composta da nativi digitali che avranno vissuto i casi di cronaca di cui oggi tanto si discute e, forse, avranno provato sulla propria pelle gli effetti di un uso distorto della Rete. Per i figli dei prossimi anni, quindi, prevale la vena ottimista. Per gli abitanti di oggi del Web, invece, bisogna rilevare una forte negatività e una sensazione di crescente impotenza rispetto agli abusi digitali. Una situazione, però, che non deriva dal “male intrinseco” portato dalla Rete. Il regista Werner Herzog (è in uscita la sua ultima opera proprio su questo argomento) ha sottolineato brillantemente come “buono o cattivo sono categorie per gli umani. Nessuno si chiederebbe se l’elettricità è cattiva, tranne nel momento in cui si trovasse seduto sulla sedia elettrica”. Il problema sta, dunque, nel modo in cui noi tutti usiamo l’elettricità e la Rete.
Il ddl “bullismo e cyberbullismo” approvato in questi giorni alla Camera va nella direzione giusta, non tanto per i contenuti (condivisibili o meno), quanto per il tanto atteso intervento legislativo su un tema ormai quotidiano. Vedremo se sarà l’inizio di un serio percorso di coinvolgimento delle istituzioni, sperando che non si tratti di una reazione estemporanea alle istanze dell’opinione pubblica.
Riccardo Rossotto
(ha collaborato Nicola Berardi)

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L’Italia in Rete: tra diritto fondamentale di accesso ad Internet e divario digitale

In questi anni, sulle colonne di R&P Mag, ci siamo posti spesse volte un punto interrogativo. Ci siamo chiesti, cioè, se la rivoluzione di Internet fosse davvero la rivoluzione del terzo millennio con appresso soltanto effetti positivi per la nostra vita e per la nostra convivenza. I perché di questa domanda sono noti: abbiamo dei seri dubbi che la rivoluzione digitale introdotta da Internet, se non saggiamente gestita, possa portare soltanto virtuosità agli esseri umani. Per questo abbiamo cercato di insinuare dei dubbi nelle certezze del fondamentalismo innovativo; abbiamo cercato di aprire dei cantieri di pensiero sulla necessità di un’educazione digitale soprattutto per le nuove generazioni degli internauti; abbiamo – in altre parole – cercato di dare un contributo…di dubbio laico e proattivo rispetto a delle posizioni politiche e concettuali rigide e apodittiche. Oggi, dopo aver festeggiato le 25 candeline che Tim Berners Lee si merita, riteniamo giusto rifare un po’ la storia di questo primo quarto di secolo di vita di Internet e dei suoi aspetti positivi e negativi.
Il 20 dicembre 2015, celebrando le nozze d’argento della sua creazione, l’inventore di Internet ha manifestato la necessità di rimboccarsi le maniche perché, sebbene la Rete sembri ormai essere parte integrante del quotidiano dei cittadini e il suo sviluppo appaia inarrestabile (ad oggi i siti Internet attivi superano il miliardo), resta ancora molto da fare. Oltre ai bilanci sul passato, operazione tipica al ricorrere di un anniversario, può essere stimolante tentare di individuare quali saranno, plausibilmente, i prossimi sviluppi legati al mondo del Web in Italia.
A sorpresa, una ricerca di Eurostat pubblicata alla fine dello scorso anno colloca il Bel Paese al primo posto nella classifica degli Stati che hanno registrato il maggior numero di nuovi utenti: 1 milione e 800 mila nuovi utilizzatori tra i 16 e i 74 anni si sono avvicinati ad Internet per la prima volta, oltre a 200 mila “nativi digitali” under 16. Se nessuno in Europa ha fatto meglio è anche perché l’Italia partiva da un grado di alfabetizzazione informatica certamente inferiore rispetto ad altri Paesi, e questa è la diretta conseguenza di una politica che non ha fatto abbastanza. Ma paradossalmente questo ritardo accumulato nell’implementazione della Rete potrebbe avere un (non voluto) risvolto positivo. Il digital divide – ossia la disuguaglianza nell’accesso alle nuove tecnologie di comunicazione – non è oggi un’emergenza democratica solo perché, parallelamente alla lentezza dei cittadini nell’approcciare le nuove tecnologie, viaggia l’ancora più marcata lentezza delle istituzioni nell’innovare la pubblica amministrazione: se gli ultimi governi fossero stati più rapidi nella creazione di una vera PA digitale, ci troveremmo di fronte ad un quarto della popolazione incapace di accedere ai servizi di base e, dunque, relegata ai margini della società. Non è un caso che tra i principi enunciati nella Dichiarazione dei Diritti di Internet figuri l’art. 2, che definisce l’accesso ad Internet come “diritto fondamentale della persona e condizione per il suo pieno sviluppo individuale e sociale”. E della qualità di diritto fondamentale sono convinti anche i promotori del comitato “34-bis” che aspira a sancire a livello costituzionale il diritto di accesso alla Rete e lo speculare compito della Repubblica di promozione delle condizioni che ne rendano effettivo l’esercizio.
L’importanza assunta da Internet non manca, comunque, di attirare qualche critica anche da parte di chi – bisogna precisarlo – grazie alla tecnologia ha costruito una fortuna: Bill Gates ha perentoriamente sostenuto che “le cose importanti della vita sono altre” e “l’idea che molti supermanager delle big company del Web hanno dell’importanza della Rete come ‘priorità’ del mondo non può che essere uno scherzo”. Una visione – forse troppo pessimistica – che potrà comunque essere verificata a breve. Una delle principali caratteristiche della tecnologia è infatti la velocità con cui realizza il futuro ipotetico, ossia la rapidità con cui si passa dal sostenere l’impossibilità di qualcosa alla realizzazione che quel qualcosa non solo è già stato creato, ma ha ormai assunto una diffusione globale (tra le più celebri previsioni azzardate, può ricordarsi Kenneth Olsen, fondatore di Digital Equipment, che nel 1977 ha sentenziato “che bisogno ha una persona di tenersi un computer in casa?”).
Il protagonista del futuro immediato sembra essere l’Internet of Things, paradigma che si basa sulla presenza pervasiva intorno a noi di una varietà di oggetti che, attraverso schemi di indirizzamento unico, sono in grado di interagire tra loro e cooperare con quelli vicini per raggiungere uno scopo specifico. Cooperazione che, va da sé, passa quasi esclusivamente per la Rete. Un mercato che in Italia vale 2 miliardi di euro, che cresce del 30% all’anno e che possiamo individuare grazie all’aggettivo “smart”: lo smart metering si riferisce ai contatori intelligenti che consentono di ridurre i consumi, la smart car è un’auto connessa che consente la registrazione dei parametri di guida con finalità assicurative, la smart home è un’abitazione fornita di vari elettrodomestici connessi e controllabili a distanza. Sempre più oggetti connessi e dunque sempre più dati raccolti, con profonde questioni che coinvolgono la privacy perché oltre al mercato primario – la vendita di dispositivi IoT – si sta sviluppando il (forse più rilevante) mercato secondario della valorizzazione dei dati. Pensiamo al premio di un’assicurazione auto che varia in base ai chilometri percorsi: un potenziale risparmio da un lato, ma il costante monitoraggio della nostra posizione dall’altro.
Oggi la distinzione fondamentale è tra online e offline, ci rendiamo tutti conto delle difficoltà in cui si incorre quando non siamo connessi e non abbiamo accesso ad informazioni che siamo ormai abituati ad avere a portata di mano. Nei prossimi anni questa distinzione è destinata a sparire perché la connettività sarà permanente, e noteremo invece la presenza sempre più diffusa di dispositivi che, comunicando tra loro, ci forniscono dati sempre più dettagliati. Il rischio è che al crescere della tecnologia corrisponda un acuirsi di quel divario digitale che, seppur in calo, continua ad essere tra i più ampi d’europa. Recentemente, ha fatto scalpore il listino della catena Mediaworld che elenca i costi di prestazioni di assistenza ai clienti per eseguire procedure che – quasi a chiunque – sembrano intuitive e semplicissime: applicazione pellicola protettiva €2,99, download di un’app €3,99, prima accensione del telefono €4,99 e così via. Vale la pena chiedersi se non sia necessario che lo Stato predisponga un’assistenza “anti-digital divide”, la cosiddetta educazione digitale, in linea con il testo dell’art. 34-bis che richiede una presenza attiva delle istituzioni pubbliche.
Gli ordinamenti si stanno occupando del digitale, ma limitandosi spesso al complesso tema della regolamentazione della Rete che secondo Stefano Rodotà, lungi dall’essere un luogo vuoto di regole, “è sempre più regolato da Stati invadenti e imprese prepotenti”: da un lato i controlli capillari degli Stati con l’argomento della sicurezza, dall’altro il potere normativo esercitato dalle imprese con le condizioni generali di utilizzo di siti e app, e dunque il risultato di un formulario immenso di disposizioni che guidano l’utente in un universo utopisticamente descritto come neutrale e libero da ingerenze esterne. La storia insegna che la proliferazione di norme vincolanti esige la definizione di principi costituzionali che pongano limiti e creino spazi di libertà. La Dichiarazione dei Diritti di Internet, pur non essendo un testo vincolante, è espressione di un indirizzo politico sempre più solido che, nel futuro prossimo, potrebbe rivelarsi fondamentale.
Alla luce di quanto vi abbiamo socializzato, vi possiamo garantire una cosa, cari lettori affezionati di R&P Mag: che continueremo a svolgere il ruolo di sentinella non solo della libertà per gli internauti ma per i pericoli che una Rete non gestita e non educata può presentare. Non ci stancheremo mai, quindi, di denunciare i rischi, i pericoli, le facili suggestioni che questa straordinaria rivoluzione porta quotidianamente nelle nostre vite. Non per fermare il progresso, ma semplicemente per gestirlo da driver attivi e non da pigri soggetti passivi di un bombardamento spinoso e delicato.

Riccardo Rossotto
Nicola Berardi

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I Panama Papers e l’ennesimo attacco alla privacy

Sembra non possa passare settimana senza che esploda un nuovo caso mediatico che coinvolge, in un modo o nell’altro, la questione della privacy. E la causa – o la responsabilità, che dir si voglia – non può che individuarsi nelle nuove tecnologie che ormai da anni stanno sgretolando pezzo per pezzo la riservatezza delle persone. Riservatezza che, con la diffusione globale di Internet, ha raggiunto i suoi minimi storici.
L’ultimo scandalo è stato ribattezzato “Panama Papers” e si riferisce agli oltre 11 milioni di documenti legati allo studio legale Mossack Fonseca che, dal 2005 ad oggi, ha prestato assistenza nella costituzione di 210mila società offshore domiciliate a Panama. Più di 35 al giorno considerando anche le domeniche e i festivi. Il caso non può non appassionare chi segue con attenzione le questioni legate alla Rete, perché i risvolti della vicenda contribuiranno ad aggiungere un nuovo tassello alla regolamentazione – quasi esclusivamente giurisprudenziale – del Web: in assenza di un corpus di norme applicabili al digitale, con disposizioni tradizionali che sempre più faticano a registrare i cambiamenti portati dallo sviluppo della tecnologia, ogni avvenimento di questo tipo dà la possibilità a giornalisti, studiosi ed eventualmente magistrati che vengano coinvolti, di esprimersi su una nuova fattispecie concreta e valutarne a fondo i risvolti giuridici.
L’attenzione dell’opinione pubblica sugli scandali – soprattutto quelli finanziari – è sempre stata alta e lo è ancora di più al giorno d’oggi, forse perché Internet consente a chiunque di accedere ad atti e documenti in via diretta, senza intermediari e dunque senza avere l’impressione di avere tra le mani delle informazioni che sono state in qualche modo filtrate o manipolate dai media tradizionali, tacciati sempre più frequentemente di mancanza di terzietà. Da un lato gli utenti, sempre in attesa che i whistleblowers – gli “usignoli” che scelgono di rivelare al pubblico dati e notizie segrete – sfruttino la Rete per caricare online migliaia di file che in breve tempo avranno ottenuto una propagazione inarrestabile; dall’altro la magistratura, talvolta dubbiosa sull’utilizzabilità a fini probatori di queste notizie, ma conscia del fatto che le notizie di reato derivanti dalla diffusione online di informazioni riservate saranno sempre più frequenti (si pensi al caso della lista Falciani, sulla cui utilizzabilità in giudizio la Corte di Cassazione ha espresso parere positivo).
Tuttavia, l’impressione dell’utente di essere in possesso di veri e propri documenti originali non manipolati né intermediati in alcun modo dovrebbe essere messa seriamente in discussione. Non tanto per la veridicità dei singoli documenti, posto che difficilmente si può pensare di alterare decine di milioni di pagine prima di renderle pubbliche, quanto per le ragioni che hanno condotto alla diffusione di determinate informazioni segrete e per i fini sottesi ad una scelta di questo tipo.
Come rispondiamo alla vecchia domanda che dobbiamo porci “cui prodest?”? Si può semplicisticamente ritenere di essere di fronte a soggetti che – senza uno scopo preciso – scelgono di scatenare uno scandalo globale, o si può legittimamente dubitare di questa versione e – pur senza finire nella deriva del complottismo e della dietrologia – porsi il tema del perché oggi e perché su questo argomento. Non si giungerà, plausibilmente, ad alcuna risposta, ma si incanalerà il pensiero sul giusto binario, quello dell’autonomia di giudizio: Snowden, Assange, Vatican Leaks, sono solo alcuni dei più recenti casi di cui conosciamo i contenuti, pur ignorando le vere ragioni degli “usignoli”.
Trovandoci nell’impossibilità di gestire e valutare lo tsunami di informazioni che ci colpisce ogni giorno, dobbiamo porci nella condizione di essere in grado di selezionare quelle più rilevanti per analizzarne a fondo i profili principali. Operazione tutt’altro che semplice, ma di fondamentale rilevanza se vogliamo rimanere padroni del nostro pensiero e non diventare soggetti passivi delle trame di terzi che, grazie alla Rete, hanno la possibilità di influenzare la lettura che milioni di utenti danno degli eventi.
Nell’arco di pochi giorni, i nomi e i cognomi di centinaia di persone sono stati pubblicati su ogni giornale per il solo fatto di essere presenti tra i documenti dello studio Mossack Fonseca. Alcuni potrebbero certamente essere realmente legati a casi di evasione o frode fiscale, altri potrebbero esserne estranei ma difficilmente riusciranno a dimostrarlo ad un’opinione pubblica che – dopo aver etichettato un soggetto come “colpevole di qualcosa” – è raramente disposta a riconoscerne l’innocenza a posteriori.
La questione della privacy e dell’accertamento dei reati è spinosa perché coinvolge diversi profili di rilevanza costituzionale, già evidenziati su RepMag (pensiamo all’infinita diatriba tra Apple e FBI sull’accesso agli iPhone degli indagati di crimini gravi): fino a che punto si può violare la riservatezza di un soggetto per poterne accertare un’eventuale responsabilità di tipo penale? Fino al punto necessario e senza alcun limite, secondo i fautori della sicurezza nazionale (ma in questo caso, a differenza di quelli che coinvolgono il fenomeno del terrorismo, la sicurezza non c’entra); mentre la posizione ufficiale dello studio Mossack Fonseca è diametralmente opposta: “la privacy è un diritto umano sacro”, e dunque inviolabile. I personaggi emersi dalle carte dello scandalo sarebbero dunque vittime di una pesante violazione della riservatezza personale, prima ancora di essere potenziali colpevoli di qualche reato fiscale.
Il tema è stato recentemente affrontato sulle colonne de La Stampa da Massimo Russo, condirettore del quotidiano torinese, e Vladimiro Zagrebelsky, già giudice della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che hanno avuto modo di esprimere gli stessi concetti, auspici e preoccupazioni, ma con approcci diversi. Se il primo ha evidenziato la necessità di lavorare con attenzione sulle rivelazioni dei whistleblowers che, “anche quando siano verificate, illuminano solo una parte della scena”, il giurista esperto di diritti fondamentali ha voluto porre l’accento sul fatto che nella società democratica “deve poter operare chi professionalmente o occasionalmente cerca di superare e forzare i segreti”, a patto che il giornalista d’inchiesta – vero tramite tra un’infinità di dati e la nostra conoscenza – mantenga sempre salda la sua correttezza professionale, condizione indispensabile “perché l’interesse pubblico alla informazione sia adeguatamente soddisfatto”.
Nella questione si fondono aspetti sociologici, etici e giuridici che difficilmente potranno essere sintetizzati in poche righe di dettato normativo. L’auspicio è che il lettore, prima di trarre conclusioni affrettate arroccandosi sulle proprie posizioni e prima ancora che il legislatore indichi la direzione da seguire, sfrutti i dati – in questo caso, qualche milione di pagine – per arricchire la propria conoscenza e formarsi un’opinione propria, e non per uniformarsi a quanto prescritto da chi, quei dati, ha deciso di diffonderli.

Riccardo Rossotto
Nicola Berardi

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