Apple-FBI: le richieste del Governo, le ragioni di Cupertino, i timori degli utenti

Dopo tanto fragore mediatico, proviamo a tornare indietro. Con il tasto rewind ricominciamo la telenovela Apple – FBI dalla prima puntata. Forse tale esercizio ci potrà aiutare a comprendere quanto sia importante e decisivo per il nostro futuro di cittadini di un mondo offline ma connessi quotidianamente nel rutilante mondo dell’online, con tutte le sue opportunità ma anche con tutti i suoi giganteschi rischi. Per l’incolumità delle nostre identità, delle nostre vite private, del nostro vivere di esseri umani liberi, indipendenti e non monitorati e guidati dal Grande Fratello di turno.

Ripartiamo, dunque, dall’estate del 2010. Il 12 luglio Apple scrive una lettera al Congresso spiegando come vengono trattati i geodati degli iPhone che permettono di sapere con precisione i luoghi frequentati dagli utenti negli ultimi mesi.

Che Apple – come ogni altro gigante della tecnologia – da anni immagazzini più o meno legittimamente un’infinità di dati, non è una novità, tanto che solo un americano su cinque pare non provi un senso di insicurezza quando mette informazioni personali in rete, secondo uno studio del Pew Research Center.

In ogni caso, dopo aver trasparentemente spiegato ai membri del Congresso i codici per capire con esattezza dove ciascuno di noi vada, si muova, incontri delle persone, Apple continua a fare il suo mestiere di gestore dei big data a fini commerciali ed economici. Oggi, quasi sei anni dopo, la situazione, almeno apparentemente, sembra invertita. Dopo averci saccheggiato informazioni, dati personali, i segreti più intimi e non confessabili delle nostre vite private, oggi l’azienda di Cupertino si erge a paladino della nostra privacy: grida un forte “NO” a una richiesta istruttoria dell’FBI che sta indagando su alcuni assassini.

Le indagini condotte dalle agenzie statunitensi a seguito della strage di San Bernardino hanno richiesto il contributo di Apple in quanto l’accesso ai dati dell’iPhone di uno degli attentatori potrebbe rivelarsi di vitale importanza. È meno noto, tuttavia, che la società di Cupertino abbia ampiamente collaborato con l’FBI fornendo tutte le informazioni di cui era già in possesso, fermandosi solo di fronte allo sviluppo di quello che l’ad Tim Cook ha definito “l’equivalente software del cancro”: una backdoor, creata ad hoc dagli ingegneri Apple, in grado di violare le protezioni del telefono e permettere l’accesso agli investigatori, azione impossibile allo stato attuale in quanto i più recenti sistemi operativi iOS distruggono tutti i dati dopo dieci errori nell’inserimento della password.

La verità, quindi, è che l’FBI ha tentato di risolvere il problema da sé ma, non riuscendoci, è stato costretto a rivolgersi proprio al produttore che aveva progettato un sistema in grado di resistere agli attacchi esterni da parte di chiunque, incluso sé stesso. E sembra si tratti di una questione sempre più diffusa dal momento che uno dei legali della società della Mela ha dichiarato di aver ricevuto richieste di sblocco da parte del Dipartimento di Giustizia per altri nove iPhone in casi non legati al terrorismo.

Questa notizia, se confermata, farebbe crollare la linea sostenuta dal Governo americano secondo cui – qualora Apple creasse quanto richiesto – non ci sarebbe alcun rischio per la privacy dei consumatori dal momento che il software “cancerogeno” richiestole sarebbe utilizzabile solo ed esclusivamente per il telefono del terrorista di San Bernardino. Si può realmente credere che sia così e che dunque Apple sarà costretta, richiesta dopo richiesta, ad impegnare decine dei propri dipendenti nella creazione di singoli software destinati a singole indagini? Apparentemente, pur non volendo affrontare il tema dell’esborso economico che non dovrebbe in alcun modo gravare sul bilancio di un’impresa privata, ci si avvicinerebbe pericolosamente alla creazione di un programma “generico” che all’occorrenza – non si sa secondo quali criteri, essendoci un vuoto legislativo sul punto – sarebbe usato dagli investigatori per violare i firewall del telefono. Un precedente pericoloso, dunque, con buona pace della riservatezza dei dati personali.

La materia è tanto delicata e intricata da aver fatto scomodare addirittura il tema dell’obiezione di coscienza: secondo James Orenstein, giudice della Corte distrettuale di New York che ha rigettato una richiesta dell’FBI di ordinare ad Apple la forzatura un iPhone, una Corte non può ordinare di fare qualcosa che ritenga eticamente scorretto in mancanza di una legge che espressamente lo preveda, poiché sarebbe come ordinare ad un produttore di droga di fornire le sostanze necessarie per un’iniezione letale da usare per eseguire una condanna a morte.

Il paragone è forte, forse forzato, ma dà il polso dei valori costituzionali in gioco. La privacy è sicuramente in prima linea, e fa scaturire reazioni negli utenti che variano da “non ho nulla da nascondere, prendano pure tutti i miei dati” a “i miei dati sono personali, nessuno deve averli”. La sicurezza, in secondo luogo, che riporta alla mente la possibilità, istituita a seguito dell’11 settembre, di detenere e interrogare un sospetto di terrorismo derogando temporaneamente ad ogni suo diritto civile: il precedente del Patriot Act americano, seppur non richiamato da Apple, si legge tra le righe dei suoi comunicati laddove quest’ultima sostiene che “compromettere la sicurezza dei nostri dati personali può mettere a repentaglio la nostra stessa incolumità”. E ancora, la giustizia, in quanto la violazione della riservatezza volta alla prevenzione un reato può essere moralmente accettabile vista la finalità, ma tutto ciò diventa meno sostenibile se lo scopo è di tipo investigativo, a fatti avvenuti. Meno conosciuto è invece l’aspetto relativo alla libertà d’espressione: se nel 1999 un tribunale di San Francisco ha stabilito che le linee di codice sono protette come la libertà di parola, a norma del Primo Emendamento che include sia la possibilità di dire qualcosa sia la decisione di non dire qualcosa, allora nessuno può imporre ad Apple la creazione di quel software, così come nessun tribunale potrebbe imporre ad un giornalista di pubblicare una storia falsa. Da ultimo, ricordando che il direttore dell’ufficio legale di Cupertino ha affermato che sui nostri smartphone “ci sono più informazioni immagazzinate di quelle che un ladro potrebbe trovare entrando nelle nostre case”, sorge un delicato problema relativo all’inviolabilità del domicilio: giacché hackerando un iPhone si accederebbe ad informazioni non ancora trasmesse dal proprietario, come messaggi scritti ma non inviati, non si potrebbe parlare di “intercettazione” vera e propria, bensì di “penetrazione in un domicilio informatico” equiparabile a quello fisico.

Prevedere gli sviluppi futuri è probabilmente impossibile e forse il filosofo Michael Walzer non ha tutti i torti quando sostiene che “chi ha un’idea precisa su questo tema è un idiota”. Tuttavia, casi simili non potranno che aumentare come dimostra la decisione estrema, presa da una corte brasiliana, di arrestare il vicepresidente di Facebook Brasile per non aver consentito l’accesso ai dati di alcuni profili nel corso di un’indagine sul narcotraffico. Con la progressiva espansione dell’Internet of Things, che porta online ogni singolo oggetto della nostra quotidianità, è possibile che assisteremo ad una gara al rialzo per proteggere i dati personali e acquisire nuovi clienti sempre più interessati ad un prodotto di qualità che garantisca la riservatezza dell’utilizzatore finale. Così come suggerito da Apple e dal giudice Orenstein, oltre che da vari commentatori, vi è forte necessità di un intervento legislativo – e forse addirittura costituzionale, magari sulla linea della nota doppia riserva di legge e di giurisdizione – che ponga dei paletti e dei criteri ben delineati, perché lasciando la decisione specifica al singolo magistrato si rischia di creare incongruenze e disparità che possono solo andare a danno di utenti e consumatori.

Tutto ciò sta accadendo in America.

E in Italia? La situazione è, udite udite, paradossalmente più chiara e disciplinata. La tutela della privacy vale anche nei confronti del potere giudiziario e del potere esecutivo e, salvo abusi, i nostri dati, senza il nostro consenso, non possono essere usati da nessuno a meno che non sia stato emanato un provvedimento dell’autorità giudiziaria che abbia valutato in concreto la fattispecie e deciso di fare prevalere nel bilanciamenti dei due diritti in gioco (la privacy e la sicurezza nazionale) quello della sicurezza.

Ma su questo tema ci torneremo.

Riccardo Rossotto
ha collaborato Nicola Berardi

 

Ultima modifica ilVenerdì, 04 Marzo 2016 10:45