La Rete, il bullismo e l’educazione digitale: è ora di agire

Una recente ricerca del Censis sull’“Uso consapevole dei media digitali” effettuata in collaborazione con la Polizia Postale ha dato atto di una situazione più grave di quanto ci si potesse aspettare.
L’argomento sullo sfondo è il bullismo digitale, anche noto come cyberbullismo, nozione che indica quel complesso di atti di denigrazione, aggressione e molestie effettuati attraverso l’uso di strumenti digitali quali mail, messaggistica istantanea, social network e siti web in generale. Data la grande varietà di comportamenti che possono essere ricompresi in questa definizione, siamo di fronte ad un fenomeno difficile da mettere a fuoco. Tuttavia, un dato certo è riferibile alla preoccupazione che colpisce i dirigenti scolastici intervistati dal Censis: il 77% dei presidi italiani ritiene che queste condotte debbano essere considerate come veri e propri reati, tanto che nel 51% dei casi di cui sono venuti a conoscenza, hanno dichiarato di aver ritenuto necessario l’intervento delle forze dell’ordine.
Nell’era della comunicazione digitale, in cui l’87% dei giovani tra i 14 e i 18 anni usa uno smartphone connesso a internet, non è esagerato parlare di una vera e propria “protesi” (sempre più spesso sociologi e studiosi vedono nel cellulare un prolungamento del nostro corpo) da cui difficilmente riusciamo a separarci, che influenza il nostro stile di vita, essendo ormai abituati ad avere accesso alla rete – con i suoi risvolti positivi e con quelli negativi – 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, con effetti psicofisici dovuti ad un’eventuale astinenza pari a quelli indotti dal fumo o dall’alcol.
Questa mania dell’essere sempre connessi e reperibili – che sul posto di lavoro si traduce in un’enorme fonte di stress a causa della necessità di rispondere a mail e richieste in tempo reale, senza orari e senza limiti, situazione tanto grave da aver condotto in Francia ad un accordo sindacale che mette nero su bianco la possibilità dei lavoratori di scollegarsi dopo la fine del proprio turno – è amplificata per i c.d. “nativi digitali” che, a differenza dei “non-nativi”, hanno sempre vissuto nell’era della comunicazione digitale e non possono immaginare come sia possibile vivere senza una connessione a internet 24h.
Ma torniamo al nostro tema principale. La Rete, universalmente ritenuta come l’invenzione del secolo e forse del millennio, è passata in un breve lasso di tempo dall’essere una semplice e straordinaria opportunità di conoscenza di aumento del nostro sapere ad un luogo virtuale nel quale chiunque può dar sfogo ad atti di violenza verbale senza quelle ricadute, etiche e giuridiche, che sarebbero quasi automatiche nel mondo reale. L’illusione dell’anonimato – che tale non è vista la possibilità di tracciare ogni comunicazione digitale – e il filtro di uno schermo che mette il potenziale bullo al riparo da una possibile reazione immediata, portano quest’ultimo a non curarsi degli effetti di azioni che, forse, non compierebbe a scuola o in un altro luogo fisico. Dal punto di vista della vittima, la virtualità amplifica ancor più la situazione, che si rivela meno controllabile rispetto a quella che si prospetterebbe con un atto di bullismo “classico”, in sé già deprecabile e pesante: la possibilità che un vasto pubblico, potenzialmente sconfinato, acceda (e forse prenda parte) ad insulti o altre aggressioni virtuali, l’assenza di limiti temporali che rende il tutto consultabile dagli utenti ad oltranza, la difficoltà di difendersi efficacemente in un “mondo parallelo”, sono tutti elementi che contribuiscono al senso di spaesamento che colpisce il soggetto debole che, in questo modo, spesso non sa come reagire.
I numeri e le statistiche sono sempre da prendere con beneficio d’inventario, ma iniziano ad assumere un peso importante laddove mostrano in maniera univoca che la questione, dal punto di vista dei genitori, è affrontata con estrema leggerezza: l’81% dei presidi afferma che i genitori tendono a minimizzare la questione, ritenendo il bullismo digitale poco più che una manifestazione di goliardia tra ragazzi. Questa lettura da parte dei soggetti cui gli adolescenti digitalmente vessati dovrebbero ipoteticamente rivolgersi per trovare uno scudo tra se stessi e le aggressioni, non fa che rendere ancora più complicata la ricerca di una soluzione al problema: se già è difficile, per un giovane, chiedere aiuto a seguito di insulti o denigrazioni, tanto più lo diventa se lo stesso giovane sa che non troverà un interlocutore in grado di comprendere il peso che quegli atti hanno su di lui, sulla sua personalità e sulla sua vita di tutti i giorni.
Risalire alle cause dell’espansione del fenomeno può non essere agevole, ma sicuramente si deve volgere lo sguardo al macro argomento dell’educazione, da quella civica che – eliminata in modo netto e immediato dalle scuole – ha probabilmente creato un buco non irrilevante nella formazione della coscienza degli studenti, a quella digitale che – lungi dall’essere presente negli istituti scolastici italiani – ha tuttora un contenuto di cui non si conoscono bene i confini. I luoghi nei quali i ragazzi ricevono un’educazione sono essenzialmente due, la casa e la scuola. E se in nessuno dei due viene affrontato il tema di un utilizzo responsabile e di una buona conoscenza dei nuovi mezzi di comunicazione, è probabile che si venga a creare un gap educativo difficilmente colmabile negli anni successivi all’adolescenza.
La necessità, gridata più volte da RepMag, di un’educazione digitale non solo nella scuola ma soprattutto all’interno delle mura domestiche, è provata dal fatto che, laddove non si agisce a monte, è necessario tentare di mettere una toppa al problema una volta che questo è ormai sorto: il Coordinamento Nazionale Docenti per la disciplina dei Diritti Umani ha infatti chiesto agli organi ministeriali competenti di affrontare la questione del sottodimensionamento dell’organico di polizia postale italiana competente, tra il resto, per la repressione dei reati connessi con la Rete. Ma si tratta di combattere azioni già commesse, non di prevenirle. Non affrontare la questione qui ed ora significa lasciare navigare nelle acque sconosciute e sconfinate del mondo virtuale i giovani utenti di Internet, un errore che, con un’espansione tecnologica in continua crescita, pagheremmo a caro prezzo per generazioni.
La soluzione alla base del problema passa dunque per una vera e propria educazione da dare ai giovani affinché riescano a crearsi un personale filtro cognitivo che permetta loro di combattere il bombardamento informativo – definito “infobesity” nel mondo anglosassone – cui sono sottoposti quotidianamente. Internet non è il problema, le deviazioni dal suo utilizzo proficuo lo sono: il cyberbullismo costituisce una delle tante deviazioni che, per essere risolte in radice, presuppongono una profonda conoscenza dello strumento. E di questo, di come la tecnologia va utilizzata, bisogna farsi carico mettendo esperti e tutor a disposizione sia delle scuole sia, soprattutto, delle famiglie.
Va da sé che non è possibile chiedere ai più giovani di disintossicarsi dalla tecnologia e di utilizzarla nel migliore dei modi se tutti noi siamo i primi ad esserne dipendenti e, forse, succubi. Lo smartphone è in prima battuta una nostra protesi di cui non riusciamo a fare a meno, ed è dunque necessario guardarsi allo specchio e fare un’operazione di profonda autocritica prima di poter pensare di avere l’arroganza di ergersi ad arbitri in grado di valutare dall’alto chi, in Rete, abbia un comportamento accettabile e chi, avendone uno deprecabile, meriti di essere mandato a ripetizioni di educazione digitale.

Riccardo Rossotto
ha collaborato Nicola Berardi

Ultima modifica ilVenerdì, 18 Marzo 2016 07:46